Ho usato Claude Opus 5.5 esclusivamente per controllare l’esattezza di alcune informazioni. L’intervista e la stesura del pezzo sono opera mia.
EMPATIA ED EMOZIONE, SANO PUNTO DI PARTENZA
Ci sono voci che, al primo ascolto, ti trasmettono promesse e buone vibrazioni. Quando ho ascoltato Primitivi Evoluti, il disco d’esordio di Sirlene, in uscita il 23 ottobre, cantautrice italo-brasiliana, ho sentito qualcosa di non scontato. Cambi improvvisi di ritmo, strade che si aprono e chiudono in poche battute, armonie che profumano di ritmi ancestrali, accenni di samba, richiami al rock anni Settanta (c’è una progressione in Ekokokolisaio che mi ricorda il coro di The Arrest in Jesus Christ Superstar, imponente opera di Andrew Lloyd Webber, uno dei miei ascolti giovanili), un’attenzione certosina ai testi, comunicativi, provocatori, coinvolgenti. Questo grazie anche alla produzione di quel geniaccio di Carmine Calìa che ha saputo interpretare ed esaltare saggiamente le sonorità di Sirlene.
Insomma ho assaporato qualcosa di autentico, spogliato da torrenti d’elettronica spesso usata per coprire lacune, che ti conduce direttamente là, dove l’artista vuole portarti, nel suo universo, senza troppe elucubrazioni e mezzi termini. E quel luogo per Sirlene è la ricerca delle radici, non solo le sue, ma quelle del genere umano. Il titolo, Primitivi Evoluti, richiama proprio questo considerare l’uomo moderno così tecnologicamente orientato, ma nelle sue pulsioni ancora molto primitivo.
Ce ne andremo tutti dalla terra/ Il padrone ha fatto la sua scelta/ A pancia piena e la bocca secca/ Vomitando urla e guerra, canta in Ekokokolisaio, un termine inventato che richiama l’eco, voci che rimbalzano e ritornano, ripetuto ipnotica-mente, un avvertimento che si risolve nel finale con una strofa di speranza: Si poserà la pioggia sulle nostre mani/ Per purificare gli sbagli dell’umanità/ Si poserà la pioggia sulle nostre mani/ E forse un giorno il sole riposerà.
LA RESIDENZA MUSICALE OLTREOCEANO, RITORNO ALLE ORIGINI
«Sono nata in Brasile. Lì ho vissuto fino ai tre anni, poi sono stata adottata insieme a mia sorella maggiore, Didì, che oggi è un’attrice, e siamo cresciute a Biella. Ora, da adulta, ho voluto ripercorrere le mie radici, anche quella parte che non conoscevo», racconta Sirlene. Sono stata un mese a São Paulo nel novembre dello scorso anno, per una residenza artistica, ho suonato con musicisti brasiliani e registrato alcuni brani del disco. Quando non ero in studio di registrazione per me è stato inevitabile andare a rivedere alcuni luoghi frequentati da bambina, ad esempio l’orfanotrofio a San Miguel Paulista, nella zona est della metropoli. È stato tutto molto intenso, concentrato, non ho avuto il tempo di fermarmi e capire bene quello che mi è successo, però mi sono resa conto che, finito tutto questo lavoro (il lancio del disco e la tournée) dovrò riconciliarmi con il passato, e per passato includo anche quel mese trascorso São Paulo. Piano piano, insomma, unirò tutti i tasselli».
La passione per la musica la definisce “una cosa viscerale, ereditata probabilmente dal mio essere brasiliana”. «Sono cresciuta in un ambiente dove c’era sempre stata musica, grazie ai miei genitori. Mia mamma ascoltava tanto Lucio Battisti e Lucio Dalla ma poi ci facevano ascoltare pure la musica popolare brasiliana. Anche quando ho iniziato a fare atletica a livello agonistico la musica era una mia costante. E a un certo momento della mia vita, dopo aver frequentato la facoltà di Scienze motorie a mila-no, ho capito quale sarebbe stata la mia vera strada. Lo sport, comunque, mi ha aiutato a formare il carattere».
Sirlene è stata ammessa – tramite un bando a numero chiuso – alle Officine Pasolini, l’accademia romana la cui direzione artistica è nelle mani di Tosca. «Qui ho fatto un percorso di due anni. È una docenza mirata ai cantautori e agli interpreti che vogliono soprattutto capire quale identità dare al proprio progetto artistico», racconta. Nell’ultimo anno ho vinto un altro bando, finanziato dalla Regione Lazio – DiSCo Lazio. Tutto questo mi ha permesso di poter organizzare una residenza artistica in Brasile di un mese, con lo scopo di ripercorrere le mie radici nascoste e lavorare su alcuni pezzi dell’album».
Oltre alla chitarra suona anche il basso, ho letto… «Suonare è un insulto verso il bassista che suona con me, però mi piace… ho anche un contrabbasso qui a casa. La chitarra l’ho imparata da autodidatta, fino a quando non ho iniziato a frequentare Officina Pasolini. Ora, invece, sto facendo un percorso sulla chitarra e sulla musica popolare brasiliana con Gianluca Persichetti».
Oggi l’artista è ritornata a vivere a Biella: «Dopo il percorso accademico confesso che Roma mi stava un po’ stretta. Essendo cresciuta nelle valli avevo bisogno di restare un po’ in natura, ambiente che mi aiuta nella scrittura», dice.

COM’È STATO COMPOSTO L’ALBUM?
Da Intro, primo brano di appena un minuto e 14 secondi fino al nono, Outro, passano quasi 26 minuti. Un concentrato di suoni e parole che sembrano volutamente costruiti. «In realtà non è stato così», corregge l’artista. «Sono brani che ho scritto in vari momenti. Però rivedendoli nell’insieme mi son detta: “Compongono un racconto, un viaggio…”. Così la tracklist si è creata naturalmente. Quindi, no, non ho pensato a un progetto, ho semplicemente creato dei brani che poi ho trovato essere uno la conseguenza dell’altro».
Prosegue Silrene: «Credo che essere artisti, soprattutto oggi, significhi mettersi a nudo, non solo con le proprie fragilità, ma anche parlando di temi sociali. Io esprimo le mie opinioni attraverso la musica».
LA SCRITTURA È ARTE COMPLESSA…
Non so più dov’è la pace
Bravi voi che sapete dove sia
S’è adagiata tra il cerume dell’orecchio sinistro
Fa da tappo tra rumori di tutti i conflitti
Questo è il testo – brevissimo – di Non so più dov’è la pace. Sui tamburi che riecheggiano marce militari, Sirlene si interroga incredula e scoraggiata dove sia finita la pace. La trova “adagiata tra il cerume dell’orecchio sinistro e fa da tappo tra i rumori di tutti i conflitti”. Un’immagine ben chiara, parole ripetute più volte, mentre la musica sale e sale, il ritmo marziale dei tamburi viene diluito. Le parole lasciano spazio a un dialogo, finalmente un dialogo, fra una tromba e una chitarra elettrica. In fondo, come per tutti gli interrogativi che si pone questo lavoro ci sono sempre una parola o delle note a riaccendere la speranza.
«La mia è una riflessione sull’uomo contemporaneo», dice. «Continuiamo a ripetere gli stessi errori… primordiali, no? La violenza, la paura del diverso, la distruzione di ciò che ci ospita. Sono partita da questa provocazione, è uno spunto di riflessione, un invito a fermarsi e a ragionare, a guardarsi dentro e riconoscere, appunto, che a volte l’evoluzione non passa solo dal progresso e dall’altra parte accettare anche un po’ l’elemento primordiale dell’uomo, le sue pulsioni che non sono tutte negative».
L’idea sull’evoluzione dell’uomo moderno, autore e vittima allo stesso tempo delle meraviglie tecnologiche di cui disponiamo, appare un’involuzione retrograda al primitivismo. Una discussione in campo tra i filosofi iniziata nei primi decenni del Novecento, si pensi al filosofo spagnolo José Ortega Y Gasset e il suo La ribellione delle masse, o, oggi, lo psicologo Umberto Galimberti, o ancora il filosofo francese Bernard Stiegler (morto suicida sei anni fa), che sulla filosofia tecnologica ha dedicato la sua vita. E la lista è ancora lunga…

BIANCO SIA NERO, NERO SIA BIANCO
Sirlene è afro-brasiliana. Nel suo cammino di adozione, nonostante sia cresciuta con l’immenso affetto di genitori straordinari e degli amici, ha sofferto i pregiudizi razziali. Questi fanno parte di quell’imbarbarimento storico dell’uomo. Lei li ha smontati con un pezzo, Bianco sia nero, Nero sia bianco sistemandolo a metà album, tra Abitudine e Non so più dov’è la pace. Nulla lasciato al caso. L’abitudine è una brutta bestia, non ti fa progredire, il desiderio di pace è forte e necessario ma diventa un’eco lontana, una chimera.
“In Brasile hai trovato razzismo?”, le domando e lei mi risponde: «A São Paulo ho lavorato con due musicisti, il chitarrista Matheus Boristengo e la percussionista Amanda Telles. Lei, afro-brasiliana, mi ha raccontato che ha subito e subisce atti di razzismo. Sono rimasta un po’ stupita, ti dico la verità, perché il Brasile comunque è un posto che dovrebbe essere più abituato ad accettare la diversità, e ho realizzato che, bene o male, lei vive la stessa cosa che vivo io in Italia. Sono arrivata nel ’93 a Biella, un piccolo paese del Nord, nella mia classe ero l’unica nera, all’inizio percepivo questa diversità. Per fortuna, ho avuto degli amici e delle persone vicine che hanno capito che l’essere diversi è una bella cosa. Biella ha la mentalità molto chiusa sia io sia mia sorella abbiamo vissuto atti di razzismo a volte per niente piacevoli, succede ancora adesso che ho comunque 33 anni».
«All’inizio pensavo fosse colpa mia, mi domandavo se avessi detto o fatto qualche cosa di sbagliato. Arrivavo a casa piangendo, chiedevo a mia mamma e a mio papà: “Ma perché? Perché dobbiamo subire tutto questo?”. Però poi, ripeto, ho avuto la fortuna di avere amici e persone che invece hanno accettato la diversità, l’hanno accolta».
Per parlare di razzismo Sirlene ha pensato alle tartarughe: «Sì, me le sono immaginate come antiche vestali del tempo. All’interno del loro carapace hanno questo sapere dove il bianco e il nero si possono confondere, si possono unire, sono testimoni silenti di questo sapere che però sfugge all’essere umano».
Tartarughe antiche creature vestali del tempo
camminano lente testimoni silenti di ciò che sfugge all’umano
prigionieri di dualismi stantii di un odio che cresce
ma il bianco si mescola, il nero lo segue…
IL GRUPPO DI SIRLENE
In rigoroso ordine alfabetico per nome, ecco chi ha partecipato alla produzione di Primitivi Evoluti: Camilla Rolando (alla tromba), Carmine Calia (producer e ai synt), Edoardo Sola (al basso basso), Gioela Scomazzon (alla chitarra elettrica), Giulio Ferro (alla batteria), Ippolito Pingitore (alle percussioni). Al progetto hanno collaborato anche Matheus Boristengo (chitarra) e Amanda Telles (percussioni), mentre ai cori partecipano Rossana De Pace e Didì Garbaccio Bogin e al mix e mastering Gabriele Spinelli.


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