In questa intervista non è stata usata nessuna Intelligenza Artificiale.
Nove canzoni d’amore, 34 minuti d’ascolto. Estranei dall’esterno per sempre uguali è il secondo lavoro del trentunenne Francesco Pintus (uscito il 2 ottobre scorso per Believe), dopo Inverni, pubblicato nel 2022, autoprodotto. Ma attenzione, amore inteso non solo nell’unico rapporto con l’altro/a, piuttosto come pretesto per raccontare quanto facile, alla fine, sia parlare di sentimenti in modo universale senza cadere nell’ovvio.
CHI È FRANCESCO PINTUS?
Una laurea in economia a Padova, ricercatore universitario a Milano e Verona, Francesco sin da piccolo ha l’esigenza di raccontare ilmondo intorno a lui, e lo fa attraverso versi e note. «In questo momento mi vedo un po’ al confine», si confida. «Sono convinto, per come sto emotivamente in relazione all’uscita di questo lavoro , per l’età che ho e per la fase di vita che sto conducendo, che sia il disco con cui capirò quale direzione dare alla mia vita. A seconda della storia che l’album avrà nei prossimi anni capirò se continuare a fare musica con questa attitudine, oppure se pubblicarla, perché comunque le canzoni le scriverò sempre visto che è il mio modo di comunicare, abbassando però le mie aspettative…».

LA MUSICA, UNA FACCENDA PERSONALE
Mi spiega: «Il fare dischi, almeno per il momento, lo vivo in maniera strettamente collegata alla mia vita personale. Nel senso che la parte di scrittura è involontaria, viene come un mio linguaggio usato per decifrare ciò che mi succede, i pensieri che faccio, le opinioni che sviluppo». Una faccenda fra “lui e lui” che però poi ha preso altre destinazioni: «Man mano che andavo avanti nella scrittura, ho visto che nei testi c’era una sorta di collante, di continuità. Perché se Inverni era un disco in cui avevo lavorato su me stesso, Estranei dall’esterno per sempre uguali invece contiene brani che guardavano verso l’esterno, comunque non senza una prospettiva personale. Che tradotto cosa vuol dire? «Usare le persone come scorciatoie per capirsi un po’ meglio. Perché non siamo così diversi e il sentirsi compresi fa parte di questa ricerca della felicità che non so neanche se sia l’obiettivo vero e proprio».
La cosa buffa, mi fa notare Francesco, è che il brano che dà il titolo all’album e che lo apre, lo ha scritto per ultimo: «Dopo che avevo deciso come titolare il disco», precisa il cantautore. Il pezzo d’apertura dunque, anche per struttura del testo – è privo di ritornello – risulta essere una specie di riassunto delle altre otto canzoni, un’introduzione vera e propria di questo viaggio nell’animo umano. «Perché anche nelle fragilità, nei dubbi, nelle ansie, nelle paure, siamo molto più simili di quello che crediamo. Quasi sempre invece ci fossilizziamo sul fatto che siamo peggio degli altri. In realtà gli altri li osserviamo solo in superficie. Ma se avessimo la possibilità di andare nel profondo, dopotutto scopriremmo che non siamo poi così diversi».
LA CONNESSIONE IDEALE
E ritorno alla premessa. Dobbiamo considerarlo dunque un disco “universale”, che parte dalle tue esperienze? «Il rapporto con gli altri viene decifrato all’interno del disco e declinato in vari aspetti, tra cui c’è anche quello romantico, mi riferisco a Combinazione, forse l’unica vera canzone di questo tipo nel disco. È una mia personale descrizione dell’amore quando nella sua espressione è incredibilmente felice, quando ci sentiamo un po’ sulle nuvole. Una connessione così forte che diventa combinazione, un forma di protesta rispetto a un mondo dove sembrano prevalere individui focalizzati su loro stessi, sulle loro unicità ma che ci allontana dalla nostra natura intrinseca che sarebbe quella di trovare negli altri una fonte di benessere, perché siamo esseri sociali e quindi, alla fine, è con gli altri che dobbiamo affrontare questa vita nella migliore delle ipotesi».
Pintus va, dunque, felicemente e caparbiamente, controcorrente. Rigettando l’idea dei social come condivisione e guardandoli invece come una trappola che spinge alla solitudine, all’io riferito. «Il brano Estranei dall’esterno per sempre uguali spiega cosa voglia dire restare connessi», continua. «È un gioco di parole tra le connessioni internet, social e quelle umane. Canto: sempre le stesse abitudini, gli stessi gesti, gli stessi versi, ma su supporti diversi. Vuol dire che ci stiamo adattando a qualcos’altro».
«Ma alla fine siamo pur sempre degli esseri umani e a me spaventa molto il fatto che qualcosa di tremendamente artificiale, come può essere l’esposizione sociale, o un messaggio online, guardare la storia su Instagram di qualcun altro, possa avere un impatto estremamente reale ed emotivo. Se ci pensi è spaventoso, capita che ti senti giù, depresso, sui social vedi tutti allegri e per forza finisci per sentirti diverso, sbagliato. E vale anche il contrario. È un tema che fa parte della nostra generazione. Sicuramente ci ha reso incapaci di vivere dei momenti di noia, di serenità con noi stessi, perché siamo sempre perennemente esposti».

CHE COSA VUOL DIRE ESSERE CANTAUTORE OGGI?
Questa sensazione di “esposizione scomoda” è presente in tutto il disco. Un tema caldo per quest’epoca. La sensazione è che il ruolo del cantautore, così vivo e attivo negli anni Settanta dove il cantautorato era il mainstream, perché l’impegno civile attraverso la musica era sentito dai giovani di allora come una necessità, uno sprone al cambiamento, oggi sia relegato a una nicchia di pochi disposti ad “ascoltare e ragionare insieme”, cosa alquanto desueta in questi anni.
Oggi, dunque, cosa spinge un cantautore a mettersi in un mondo non più di tendenza ma su una collina deserta a guardare ciò che ci accade intorno e a trovare la forza di cantarlo? Qual è la motivazione? «Effettivamente siamo una minoranza», riflette Francesco. E allora, ribatto, cosa ti ha spinto, da artista, a scegliere questa strada non proprio facile? Risponde: «Sono stato un grande fan del cantautorato anni Settanta ma anche di quello più recente dal 2010 in poi con Brunori Sas, Dimartino, Colapesce, Carnesi, Motta, artisti con un linguaggio più adatto al periodo attuale. Allora avevo 18 anni e andavo ai loro concerti, oggi molto probabilmente un ragazzo di 18 anni non verrebbe mai a un mio concerto. Mi è capitato di parlare di questo con altri artisti. Dario Brunori, che è un po’ il padre putativo dei giovani cantautori attuali, mi ha detto: “Se dovessi iniziare a fare oggi quello che ho fatto 10, 15 anni fa, direi: cavolo, non so veramente da dove iniziare”. Credo dunque che il cantautorato viva di cicli, alti e bassi, ma non morirà».
UN GRUPPO AFFIATATO
La band che Francesco Pintus cita spesso nell’intervista è nata da amicizie nei luoghi in cui ha vissuto e ore di musica nei locali. Racconta anche la sua vita di “migrante del suono, di studio e di lavoro”. Dalla Calabria arriva a Padova, e da qui a Milano. «Includendomi, siamo in cinque. Io suono la chitarra acustica, canto, e ogni tanto mi sposto al pianoforte, a seconda delle canzoni. Al basso c’è Adelaide Garbin, alla batteria sua sorella Agata, alle chitarre Giuseppe Russo e alle tastiere Gregorio Morosinotto».
“VOLEVO ESSERE UN CHITARRISTA”
Francesco da ragazzo aveva un sogno, diventare chitarrista. «Poi mi sono accorto che andare molto in profondità nello studio di uno strumento non era forse quello che mi apparteneva, perché non mi sentivo mai sufficientemente bravo. Colpa di tutta una serie di insicurezze che avevo e che si scontravano con quel desiderio. Oggi ho una band che suona con me, sono tutti musicisti veri, professionisti, a differenza mia. Non sono un musicista ma faccio musica da sempre, come da sempre ho fatto anche altro. Il mio lavoro principale è il ricercatore, motivo per cui non ho mai sviluppato una parte didattica tecnica di devozione a uno strumento in particolare».
E continua: «È un mestiere molto difficile, però, è vero, a volte ci dimentichiamo perché lo facciamo. Ho iniziato a scrivere le prime canzoni andando in giro per gli open mic oppure invitando i miei amici in piazza per ascoltarmi con le immancabili birrette. Allora vivevo a Padova, studiavo lì. Ripenso all’emozione che avevo nello scrivere le mie prime canzoni… C’era tutta una parte introspettiva, comporre, lavorare sui versi mi emozionava. Registravo col telefono, perché volvevo far ascoltare al mio migliore amico o alla mia ragazza, dovevo condividere. E quello era il seme di che cosa significhi suonare dal vivo, cioè fare in modo che ciò che hai scritto non sia solo tua ma anche di qualcun altro. Per anni, sono andato in giro, prendendo treni o pullman, a cantare nei locali da solo, voce e chitarra. Mi è capitato anche di dormire dove suonavo, per risparmiare. Purtroppo negli anni questa questa emozione spesso mi si è spenta, ha iniziato a fare a botte con la realtà, quando per farti conoscere devi suonare ovunque, ma se vuoi crescere, dopo aver fatto un disco, devi diventare più selettivo, fare meno concerti ma più mirati. Insomma è un grosso lavoro che da solo è impossibile fare a lungo».
Insomma, non basta il sacro fuoco per continuare… «Un po’ per l’età, un po’ per la stanchezza e un po’ anche per i meccanismi di insicurezza che si creano quando fai una cosa per tanti anni, fai fatica a vedere che si costruisce qualcosa intorno a te, ti crei i tuoi meccanismi di difesa e dici: “Ok, voglio fare magari meno però fatto bene, in cui so che quando lo faccio mi sento realizzato e ci sono le persone che mi vogliono ascoltare. Il resto è fuori dal nostro controllo, quindi conviene lasciarlo un po’ libero».


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