In questa intervista non è stata usata l’Intelligenza Artificiale. Tutto il testo è dunque frutto della bella chiacchierata con Dalila
Dalila Spagnolo, classe 1998, è un’artista a cui vale la pena prestare molta attenzione. Per il suo modo di gestire la musica, poco incanalabile in un unico genere, per i testi che scrive, per la determinazione nel proseguire una sua idea di arte tradotta in note e poetica molto personale, graffiante, emozionale. Il suo terzo lavoro, Nudo cuore nuda voce, uscito il 23 ottobre scorso, autoprodotto fa un ulteriore passo avanti rispetto a Fragile (2021) e La fame nelle scarpe (2023).
Musica essenziale, elettronica non invadente, con un unico scopo: mettere a nudo la sua voce, e quindi, il suo cuore. A partire da Intro, una “premessa” al lavoro, la cui cellula melodica è ripresa nel secondo brano, Anche il Fiume. Una serie di respiri modulati incisi un paio d’anni fa in un periodo dove Dalila stava lottando contro l’ansia e la voce le si rompeva in gola. Di questa “debolezza” ne ha fatto una forza, anzi, lo scopo del lavoro.
Uno di quei dischi che Musicabile non può lasciarsi scappare perché rientra esattamente in quella filosofia (creatività, ricerca, elevata preparazione musicale e artistica) che ci sta spingendo a continuare a scoprire i numerosi talenti che per fortuna abbiamo in questo Paese, sommerso da una sciatta semplicità che tutto uniforma e plasma.
Ve la propongo con un’intervista che le ho fatto settimana scorsa. Da cui è emersa una giovane donna consapevole della sua arte e del suo cammino, che ha lavorato molto per conoscersi e apprezzarsi, che ha trasformato il dolore in gioia e gli errori in carattere.

respirare è… canto
La traccia che apre il disco dichiara apertamente dove vuole andare questo tuo lavoro. È intensa, spiazzante…
«Intro è un’improvvisazione che abbiamo – per fortuna – registrato nel 2024 a Ravenna mentre facevo un percorso alla scuola di vocalità Malagola. Quel giorno con il pianista, Andrea Monticelli, dovevamo organizzare un project work di fine corso. Abbiamo messo il registratore e suonato, ed è stato molto bello, potente, oltre un’ora d’improvvisato, solo piano e voce.
Intro è un estratto di quell’improvvisazione, in quel periodo ero molto in conflitto con il mio respiro. Nel 2023, dopo la pubblicazione del secondo album, è sorta questa respirazione corta, ansiogena, un problema per una persona normale, figurati per un cantante! È molto difficile a livello tecnico gestire quell’assenza di fiato… Intro è il tentativo di entrare in dialogo con me stessa. Da quell’improvvisazione e da quella cellula ritmica nasce Anche il fiume, la seconda traccia. Intro è essenzialmente il preludio del brano, ha quel gioco ritmico di respiri che è il mantra di tutto il pezzo».
In Anche il fiume canti: Mi sento divinamente umana dentro. Un ossimoro forte…
«È una riflessione che ho maturato nel tempo, anche grazie alla mia mentore, Tyna Maria, la persona che mi ha preso a 17 anni e mi ha accompagnato in sentieri interiori di esplorazione e di risignificazione. Da 11 anni mi offre spunti di riflessione molto importanti che mi hanno permesso di trasformare anche quel dolore nel suo potenziale più bello».
Eri un’adolescente ribelle?
«Ero una ragazzina molto arrabbiata. Avevo bisogno di una chiave di lettura che mi facesse trasformare. In Anche il fiumeparlo di miseria, di mediocrità, di menzogna. Alla fine comunque il testo dice dice: mi sento divinamente umana dentro, perché anche il fiume che è in siccità alla fine attende la sua pioggia. Quindi quel momento di slancio, di evoluzione arriverà, è un po’ quello che succede molto spesso nei miei brani. Non c’è mai un’assenza di speranza, in realtà».
Speranza è una delle parole che mi sono segnato e di cui volevo chiederti. Nei tuoi versi la avverti anche se non la manifesti, per esempio con uno spunto musicale di positività…
«Questo lavoro è così, hai colto molto bene, anche perché questa dicotomia, la gioia e il dolore, fa parte di tutti noi, chi più chi meno la sviluppa. Il dolore può essere trasformato in qualcosa di distruttivo o, al contrario, di costruttivo: ho basato tutti i miei dischi, le mie canzoni sulla trasformazione positiva del mio vissuto interiore, del mio dolore, e quindi la speranza c’è sempre perché sono una persona molto positiva, ottimista e gioiosa. Però questo non vuol dire che non ci sia anche il momento di scoramento, di riflessione profonda, che non è semplice. Oggi viviamo l’epoca del “tutto è subito”, del “facile e veloce”. La riflessione esistenziale richiede tempo, processi interiori, sforzo. Bisogna essere anche un po’ coraggiosi per passare da lì».

perché essere definiti?
Nei tuoi brani usi vari linguaggi musicali ma anche più lingue – italiano, inglese, dialetto – non ti dai limiti nell’espressione!
«Devo essere etichettata per forza? Mi chiedono, sei pop, no, sei rock, sei pop-rock, sei folk… In realtà, più vado avanti più mescolo generi, e quindi diventa sempre più difficile definirmi in un singolo genere. Quando mi chiedono che musica faccio, non so rispondere. Ho sempre lavorato così. Qualcuno mi suggeriva di etichettarmi perché altrimenti avrei rischiato di non essere né carne né pesce. Ma io ho capito che questa diversità e queste sfumature di stili, di genere, di lingua, fanno parte di me, questa sono io, sono una persona colorata! Venendo a Nudo cuore nuda voce, penso che il disco abbia il suo filo conduttore nella vocalità. Per il resto spazia in stanze differenti, è come abitare la propria casa e quindi andare dalla cucina al salotto, dal bagno alla camera da letto. Passeggiare nei sentieri di sé stessi…».
Boots, il brano che chiude il disco è altrettanto forte come Intro. Immagino sia voluto?
«Boots è una poesia scritta da Rudyard Kipling molto bella, perché all’interno ha una musicalità e una ritmicità pazzesca. Le ripetizioni non sono state messe da me, è stata composta così, quindi per questo è meravigliosa. La voce narrante è di Taylor Holmes, l’ho trovata su YouTube, bellissima. È veramente potente perché ti porta lì, nella sofferenza, è la guerra vista dalla prospettiva del soldato, dell’alienazione che questo prova e quindi della morte negli occhi che si porterà per sempre, nonostante quello che fa, perché deve farlo. Ed è una prospettiva scomoda, sarebbe più facile, più scontato parlare nell’ottica di chi viene ucciso dal soldato. Nell’altro brano, Still Alive parlo invece dal punto di vista dei bimbi che sopravvivono alla guerra, al genocidio, ai propri cari e camminano, continuano a vivere anche loro con la morte negli occhi».
Dalila, non fai certo una musica semplice. Qual è secondo te il ruolo del musicista oggi?
«Non so se definirla impegnata nell’accezione del grande cantautorato italiano, sento che la mia scrittura parte da una spontanea riflessione e dal desiderio di elaborare pensieri soprattutto personali. Scrivo per dirmi delle cose o ricordarmele. Non si tratta di egocentrismo, la maggior parte della vita la trascorriamo con noi stessi, quindi se non ci guardiamo dentro è difficile pure relazionarsi con il mondo. Poi, quando alzi lo sguardo e ti soffermi oltre il tempo di uno scroll su quello che leggi o vedi e incomincia a farti male, in quegli attimi può nascere una buona canzone. Lo stesso vale per le altre arti. La nostra è una grande responsabilità perché sarebbe bello non solo arrivare a chi è già sensibile a determinati temi ma sensibilizzare chi non lo è».
Non è facile diffondere questo genere di arte, soprattutto nella musica che oggi si ascolta per lo più in streaming, e questi sono comandati da algoritmi che ti propongono sempre cose simili a quella che hai avuto la disavventura di ascoltare, tutto molto superficiale, anonimo, orwelliano…
«Quello che ora abbiamo a portata di mano è la leggerezza, che ci deve essere! Però non abbiamo l’altra faccia della medaglia, e quindi andarsi a scovare brani un po’ più complessi diventa difficile. Nel mondo c’è un sacco di bella musica proveniente da etnie diverse. È bello scoprire nuove sonorità a cui magari non siamo abituati, come le microtonalità che per noi europei sono assurde, ma che in altri Paesi sono la normalità. Ed è bellissimo esplorare quei micro movimenti laringei che ti portano a cantarli. È tutta questione di memoria muscolare, ci vuole tanto allenamento».
Da musicista curiosa ti affascina?
«Sto studiando canto jazz, tutte le mie materie a scelta sono di etnomusicologia. La mia missione è esplorarle, affacciarmi a mondi nuovi, non rimanere chiusa solo in quello che conosco. Anche il jazz stesso non mi appartiene. Ho sempre detto che, nonostante studi, mi sono laureata e sto anche conseguendo la laurea magistrale, non mi ha mai appassionato e rappresentato questo jazz. Però io ce lo metto nelle mie composizioni. Tutto il disco è super improvvisato. Certo, è in un altro linguaggio che viene trasformato, però c’è anche il jazz lì dentro. Quindi prendo un po’ quello che mi ispira e poi faccio da me».


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