1968: La vera rivoluzione di Conte e Jannacci

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1968: La vera rivoluzione di Conte e Jannacci
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Mentre a Parigi gli studenti sollevano i sampietrini e a Roma infuriano gli scontri di Valle Giulia, l’Italia sperimenta un’altra rivoluzione, meno ideologica ma infinitamente più duratura: quella del linguaggio musicale. Nel 1968, l’anno della rottura generazionale per antonomasia, il vero scossone alle convenzioni non arriva solo dai cortei o dal rock anglosassone, ma da due 45 giri capaci di polverizzare decenni di retorica sanremese gorgheggiante e di (spesso presunto) belcanto all’italiana: Azzurro e Vengo anch’io. No, tu no.

Due capolavori assoluti che, dietro una facciata apparentemente leggera da canzonetta estiva, nascondevano una carica eversiva senza precedenti.


Un po’ d’Africa tra l’oleandro e il baobab


La genesi di Azzurro ha i contorni del miracolo artistico. A comporre la musica è un giovane avvocato di Asti con il pallino per il jazz, Paolo Conte, insieme a Michele Virano, mentre il testo porta la firma di Pallavicini (ma poi Conte dirà, anni dopo, esser stata una questione di Siae, e che il testo è assolutamente suo …..d’altra parte chi se non lui potrebbe cercare un po’ d’Africa in giardino tra l’oleandro e il baobab…?). Quando il brano arriva tra le mani di Adriano Celentano, accade qualcosa di irripetibile: il passo sghembo da marcetta domenicale di Conte incontra la voce sfrontata, sincopata e popolarissima del “Molleggiato”, che a quei tempi aveva le chiavi del successo come nessun altro.


In un’epoca in cui la canzone parlava d’amore piagnucoloso o di protesta gridata, Azzurro introduce un sentimento inedito, che potremmo definire la “noia metafisica di provincia”. Quella domenica pomeriggio deserta in città diventa un affresco esistenziale universale. Curiosamente, la canzone non ha la classica struttura strofa-ritornello ad alto tasso glicemico; procede a passo di fanfara sghemba, con un ritmo quasi militare che Celentano trasforma in un inno laico, malinconico (il cielo è “troppo azzurro”…) e trascinante, capace di scalzare persino i Beatles dalla vetta delle classifiche italiane di quell’anno.

ma… perché no?

Nello stesso identico periodo, un medico chirurgo prestato al cabaret e alla canzone compie un gesto ancora più ardito. Enzo Jannacci pubblica Vengo anch’io. No, tu no, scritta a più mani insieme a Dario Fo e Fiorenzo Fiorentini.

Il brano è una marcetta orecchiabile e irresistibile, tanto che i bambini la imparano all’istante e tutta Italia si ritrova a canticchiarla sotto l’ombrellone. Eppure, sotto il ritmo festoso, si muove una delle satire sociali più spietate del nostro Novecento. È l’epopea dell’escluso cronico, dell’emarginato che chiede timidamente di partecipare alla festa, al dramma o alla storia, ricevendo sempre la medesima risposta brutale: “No, tu no”. Neanche al tuo funerale ti lasciano andare…


Le strofe censurate, riportate testualmente di seguito, presenti nella prima versione e poi cambiate, dimostrano come il nonsense jannacciano fosse in realtà lucidissima coscienza di classe.


“Si potrebbe andare tutti insieme nei mercenari. Vengo anch’io? No, tu no. Giù nel Congo da Mobutu a farci arruolare, poi sparare contro i negri col mitragliatore, ogni testa danno un soldo per la civiltà.”


“Si potrebbe andare tutti in Belgio nelle miniere / a provare che succede se scoppia il grisou / venir fuori bei cadaveri con gli ascensori / fatti su nella bandiera del tricolor”


Jannacci non faceva comizi: usava l’assurdo, l’ironia amara, uno studiatissimo nonsense e una metrica sincopata per dare voce agli ultimi, inventando una sintassi teatrale che prima di lui, molto semplicemente, non esisteva. Caratteristica della genialità, girare pagine che sembrano “ovvie” ma fino a un minuto prima non esistevano…


Ma oggi… si osa così?

Riascoltare oggi il 1968 di Conte, Celentano e Jannacci lascia addosso una vertigine e una punta inevitabile di nostalgia. In quei mesi la canzone popolare italiana toccava vette di audacia stilistica inaudite, dimostrando che si poteva parlare di solitudine, alienazione ed esclusione sociale scalando le hit parade con intelligenza sopraffina e sberleffo geniale. E ricordiamoci anche della splendida Alice che a inizio Ottanta vince Sanremo con una studiata “follia citazionista” di Battiato come Per Elisa, o alle inarrivabili avventure panelliane di Lucio Battisti.

Il contrasto con i decenni successivi è desolante. La musica italiana ha progressivamente tradito quell’eredità per cedere a un’imbarazzante restaurazione: decenni di formule fotocopia, algoritmi rassicuranti, autotune standardizzato e un’omologazione tematica che ha ridotto la nostra canzone a un eterno, asettico jingle pubblicitario, con più o meno gravemente patetiche variazioni che vanno dalla imitazione caricaturale degli americani alle derive neomelodiche dei gorgheggi da festa di mafia, per giungere mortalmente a quel reggaeton da grigliata spagnoleggiante che ci frantuma i maroni ormai da almeno vent’anni. 


Le ovvie conclusioni…

Giriamoci attorno fin che vogliamo con dichiarazioni buoniste figlie dell’epoca, ma siamo davanti alla strabordante vittoria di una sottocultura. 

Ci siamo dimenticati l’ironia tagliente, la provincia sbilenca e la poesia degli sconfitti, ovvero ci siamo dimenticati l’Italia vera e migliore, quella di Conte come di Fellini, quella di Jannacci come di Pavese, per dedicarci a rassicuranti rime telefonate e a un’infinita e pigrissima domenica pomeriggio, passata sul divano col cellulare.

Vissuta senza più cercare l’Africa in giardino e soprattutto senza nemmeno un treno dei desideri da inseguire.


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