In questa intervista non è stata usata nessuna Intelligenza Artificiale. Tutto ciò che trovate scritto è il risukltato di una lunga chiacchierata con l’artista.
Il primo ottobre a Faenza parte l’edizione 2026 del Meeting delle Etichette Indipendenti (qui tutto il programma) che terminerà domenica 4. Il Mei (qui un’intervista che ho fatto un paio di anni fa al patròn dell’iniziativa Giordano Sangiorgi) è diventato un appuntamento fisso per artisti indie, etichette discografiche, giornalisti del settore – con il Forum del Giornalismo Musicale diretto da Enrico Deregibus – grazie a decine di iniziative, seminari, formazione, mostre, convegni, concerti. Anche in questa edizione saranno quattro giorni densi di parole e musica. In tutto questo turbinìo si esibiranno anche due cantautori che da vent’anni lavorano e producono insieme con il nome di Duo Bucolico.
Dadaisti? Eccome! Provocatori? Senza dubbio. Cantautori? Ovviamente. Scuotitori di coscienze? Ce la mettono tutta. Li possiamo ascrivere in quel filone di pensatori liberi che usano la canzone come paradosso della vita. Antonio Ramberti e Daniele Maggioli, il Duo Bucolico, romagnoli purosangue, sono dei grandi osservatori di piccole cose. A loro basta un tic, un’occhiata, una passeggiata per creare un nuovo personaggio. Ecco dunque la vecchietta che s’addormenta sul volante e sbava in preda al Tavor sulla statale tra Villa e Novafeltria (Odio chi fa i 50), Il bevitore longevo che ha portato i crisantemi uno per uno a tutti quanti i suoi amici astemi, o Il Bluesman di Ravenna, a cui piace il Blues perché con pochi accordi incasso un cachet…
«La prima cosa che abbiamo fatto quando abbiamo cominciato a suonare insieme, non avevamo nemmeno i soldi per muoverci, è stato prendere un furgone e attaccarci l’adesivo del Duo Bucolico», ricorda Antonio Ramperti, a dimostrazione di come il loro essere artisti prevedesse una sana dose di incoscienza ma anche un duro e continuo lavoro senza mollare mai. La musica dà libertà, dice Antonio, e soprattutto non ammette deroghe, se davvero vuoi comunicare il tuo pensiero. Siamo sulla logica del rock demenziale anni Settanta e Ottanta degli Skiantos o degli Squallor, ovviamente con dinamiche diverse ma con la stessa voglia di riaffermare l’ironia di fronte al cinismo e all’indifferenza.
Il loro ultimo lavoro, Champagne! «Una parola che non è più di moda ma che ancora dice tanto», ricorda Antonio, è uscito il 10 aprile scorso via Cinedetic records. Undici brani cantautorali per 35 minuti dove c’è spazio per dipingere tante tavolozze ironiche quanto veritiere del mondo in cui viviamo.
Annotazione prima di leggervi l’intervista: Il Duo Bucolico salirà sul Palco Centrale in piazza del Popolo a Faenza insieme con gli España Circo Este sabato nel tardo pomeriggio. Le due band saranno premiate per la Migliore Canzone Indipendente 2026 per Boicotta il Palazzetto.

nati sotto il segno del caso
Da Opere di Cantautorato illogico, vostro primo lavoro, a Champagne, l’ultimo. In tutto dieci dischi in vent’anni di attività. Qual è il motore del Duo Bucolico?
«La nostra nascita è assolutamente casuale, come una buona parte delle cose buone che esistono nel mondo. Non voglio dire che siamo una grande scoperta, però ci siamo incontrati per una volontà casuale, un amico in comune che in quegli anni non sospetti, i primi 2000, aveva deciso di far incontrare tutti i cantautori della zona del riminese e dintorni perché nascessero delle sinergie. Questa serata super underground quasi da vieux bohème, si è tenuta nella Parigi romganola di quei tempi che era a Rimini, nel sottoscala del Ua Dada, locale meraviglioso che non esiste più. Ci siamo incontrati tra i fusti della birra, eravamo una decina, tra cui Daniele e io. Così ci siamo conosciuti sia personalmente sia artisticamente. È stata una cosa che non dimenticherò mai, perché poi non mi è più risuccessa. da lì è iniziata la nostra collaborazione che poi è diventata Duo Bucolico».
Perché questo nome?
«Ho chiamato Daniele a una festa di paese, su dalle mie parti in collina, era per la prima volta che ci trovavamo a fare una cosa insieme. Lui era lì a cantare le sue canzoni, io mi sono unito con la mia tastiera e abbiamo cominciato il nostro primo show… bucolico, perché ci trovavamo in un’aia di campagna sotto a una quercia, a Maiolo, in Valmarecchia dove ai tempi avevo comprato casa. C’era la festa del Pane che si tiene tutti gli anni e la mia vicina aveva accettato di ospitare un evento sull’aia di casa sua. Da lì, è nato il nome del Duo, lo spieghiamo anche in una canzone dal titolo Arbusto di crauti. Sottotitolo, Non è bucolico (dall’album Bucolicesimo, ndr)».
la teoria del bucolicesimo
Cos’è dunque per voi essere “bucolici”?
«Una sorta di filosofia di vita, un modo di vedere il mondo… I nostri “seguaci” questa cosa la capiscono. Sanno cosa vogliamo, di cosa parliamo. Poi sì, adesso c’è Champagne che è il decimo disco e dopo tutto il nostro percorso, pian pianino, come formichine, siamo diventati più popolari. L’organizzazione dei live è migliorata, dai ristoranti, lottomatiche, piadinerie e gelaterie che abbiamo girato in lungo e in largo, siamo passati ai palchi e per noi è una buona cosa. Ora è tutto più facile perché c’è la gente che canta le nostre canzoni. Mi sembra di stare in ferie, veramente una volta il pubblico lo dovevi acchiappare uno a uno e dire: “ascolta queste che ti piacciono”. Salivo addirittura sui tavoli dei ristoranti per catturare l’attenzione e giravo le sedie di quelli che stavano girati di schiena verso il palco. Quindi Champagne può essere anche quello, no? Gente, finalmente ci siamo anche noi!».
Insomma una conquista!
«È anche una sorta di esclamazione vintage, che riguarda tutto quello che popola la nostra storia, questi personaggi che sono lì per farcela ma non ce la fanno mai… »
Nelle vostre canzoni raccontate piccole storie in modo irriverente. È la vostra romagnolità che prende il sopravvento?
«È anche la nostra natura, certo. Cresci in una terra come questa, dove apparentemente, solo apparentemente, sono tutti gentili e ospitali. In realtà lo diciamo sempre che la Romagna è una terra violentissima e questo lo raccontava anche Fellini su cosa bolle nei pentoloni romagnoli, quello che noi chiamiamo il buliron. C’è sempre qualcosa che ribolle, che fa un po’ casino sotto sotto. Poi, c’è l’altro motivo. Anche senza volerlo, entrambi siamo dei curiosi, osserviamo sempre chi ci sta intorno. Ho avuto un bar per vent’anni, quindi puoi immaginare quanti personaggi incontri e quante canzoni puoi scrivere. Se ti compri un bar è fatta, potresti avere molto più successo di quello che ho avuto io in realtà. Forse perché le storie le ho raccontate male. I personaggi interessanti ti danno sempre uno sguardo “sghembo” della realtà. Non sono mai persone normali. Hanno una propria filosofia, un lato di traverso di guardare il mondo. E questo, secondo me, è anche quello che dovrebbe fare l’arte in generale».
Storie di vita personali
C’è dell’autoreferenziale nelle vostre canzoni?
«Sì raccontiamo molto noi stessi. Perché poi alla fine quello ti viene spontaneo. La nostra è un’esistenza particolare che in qualche modo racconta già di per sé. Quindi presentiamo il nostro mondo e un modo di vedere diverso di ciò che succede intorno a noi».
In questo periodo di semplificazione totale, di appiattimento generalizzato, voi cantate brani di oltre quattro minuti, fuori dalle normali regole richieste per esempio per passare in radio e per cavalcare il mainstream. Lo fate scientemente?
«Se fossi costretto a fare quella roba lì, tornerei a lavorare nel bar. Daniele ride di questa storia, c’è sempre lo spettro del bar! Ogni tanto ritorna perché comunque sono scappato via dal bancone che avevo quarant’anni, insomma so da dove viene il lavoro, la fatica. Sono fuggito perché credo sia necessario mantenere la libertà di potersi esprimere, essere autonomi in tutto, come lo siamo stati finora. L’agenzia di booking e l’etichetta discografica non si sognano di venirci a dire: dovreste fare un brano così, parlate di questo argomento… Noi ci chiudiamo – come abbiamo fatto con Champagne, nella mia casetta di campagna a Perticara, dove in una stanzetta, scriviamo il brano o il disco, ciò che è necessario in quel momento per noi».
Avete iniziato la vostra carriera artistica da “One man band”…
«Esatto, i dischi ce li autoproducevamo, avevo il mio laboratorio, ci aiutavano mia mamma e mia zia, facevamo stampare le copertine da un amico e confezionavamo i Cd, tutto fatto a mano. Questo era il nostro modo di proporre musica nei primi anni 2000 e ne abbiamo venduti un botto! Poi, con nostro stupore gigantesco, ci è arrivata una mail con scritto: “Siamo un’etichetta discografica e ci piacerebbe stampare le vostre canzoni”. Era di Cattolica, la Cinedelic Records, di Duba D’Ubaldo che in realtà pubblicava solo musica elettronica e colonne sonore di film, da cui il nome. Con Duba collaboriamo ancora, alla fine la sua filosofia è nostra. Non ci ha mai messo limiti».
Quanti concerti avete fatto in vent’anni?
«Non li abbiamo contati. Credo oltre millecinquencento. D’estate suoniamo tutte le sere, esattamente come le orchestre. Ci portavamo dietro l’impianto, lo montavamo, suonavamo e poi, il giorno dopo, eravamo da un’altra parte. A volte ti veniva da piangere perché comunque la fatica è tanta. Per quello che adesso mi sembra quasi di stare in ferie! Guadagnamo di più, di concerti ne facciamo cinquanta all’anno e in più abbiamo anche il vantaggio che saliamo su un palco dove è tutto pronto. E ai concerti i ragazzi del pubblico cantano le nostre canzoni… Pazzesco!».


Lascia un commento