jazz: spalletta/tallini firmano “con fuoco”

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jazz: spalletta/tallini firmano “con fuoco”
Daniela Spalletta e Stefania Tallini – Foto di Paolo Galletta
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Della bravura assoluta di Daniela Spalletta ve ne avevo parlato alcuni anni fa, quando uscì il suo penultimo lavoro, Per Aspera ad Astra (2021). Quell’album ricco di sfaccettature mi aveva colpito per come l’artista usava la voce, un’abilità naturale certo, ma anche il frutto di anni di studio e di un amore viscerale per la musica, intesa come linguaggio universale. Quest’anno è uscita con un nuovo album – Con Fuoco – a firma doppia con la pianista Stefania Tallini, altra fuoriclasse con un passione (che condivido al cento per cento) per la musica brasiliana e sudamericana. «È un progetto audace», mi racconta Daniela, «abbiamo voluto unire la musica classica con l’improvvisazione. Non soltanto in termini jazzistici, ma proprio il fatto di rendere personale – e quindi di attraversare con il filtro della propria identità artistica – anche repertori molto distanti fra loro».

Eh già, perché di questo si tratta: 11 brani per un’ora e sette minuti di intenso ascolto frutto di anni di collaborazione tra Spalletta e Tallini, di concerti, di scelte musicali apparentemente fuori logica una dall’altra ma che in realtà vanno a comporre, come nelle parole crociate, piani orizzontali e verticali che messi insieme coincidono come per magia. Ecco allora che trova posto Cardacìa, brano composto anni fa dalla Tallini sul quale Daniela ha messo il testo che apre il lavoro, seguito da una suite maestosa, quasi dieci minuti, divisa in tre parti, la prima Partita per violino in D minor, BWV 1004: I. Allemanda, di Bach, le Bachianas Brasileiras n. 5 W389: I. Aria (Cantilena) di Heitor Villa Lobos, brano cantato anche da una giovanissima Joan Baez e contenuto nell’album Joan Baez/5 del 1964, e una lunga improvvisazione opera delle due artiste, dal nome Yaşam Akışı, che in turco significa “Il flusso della vita”, prodromi al brano successivo firmato da Daniela già presente nel precede suo lavoro,Yaşam.

La voce cristallina di Daniela mette i brividi, emoziona, segue la partitura del genio di Eisenach, nota per nota. Il pianoforte di Stefania introduce il canto angelico delle Bachianas per poi esplodere nella sezione finale di improvvisazione in un continuum che unisce tre secoli di musica in un unico ricamo. 

Solo questo brano vale il disco per forza e intensità, una sorta di manifesto che spiega senza orpelli l’idea artistica delle due musiciste. Ho chiamato Daniela per farmi raccontare la nascita di questo disco che è un punto di arrivo di un lavoro maturato negli anni, e per questo ancora più prezioso. 

Daniela, avete fatto un viaggio musicale nei secoli, con la vostra arte come filo conduttore… Com’è nato il sodalizio con Stefania Tallini?
«Ci siamo incontrate nel 2018 al Jazzit Fest, festival itinerante ideato da Luciano Vanni, quell’anno in Puglia a Montegrosso (Andria). L’obiettivo del festival era unire dei musicisti che non avevano mai suonato insieme. E questo è successo: Stefania mi ha coinvolta come voce nel suo ensemble e io, viceversa, le ho chiesto di suonare nel mio. Ci siamo subito trovate, siamo due musiciste simili, a entrambe piace incrociare musica classica e jazz. È la nostra cifra stilistica principale insieme alla ricerca sulle musiche folk. Sono sempre stata molto attratta – e faccio costantemente riferimento – dalle musiche del Mediterraneo, in particolare del Nord Africa e del Medio Oriente e lei è sempre stata una grande ricercatrice della musica brasiliana. Al Jazz Fest ci siamo dette chiaramente che sarebbe stato bello fare qualcosa insieme, e di lì a poco è capitata l’occasione di un concerto in Sicilia. L’intento era quello di creare una manifestazione dedicata al femminile. L’obiettivo era coinvolgere progetti con leader femminili o comunque con una grande quota di donne all’interno del progetto. Immediatamente abbiamo pensato l’una all’altra e poi non ci siamo più lasciate perché ci è piaciuto molto. Nel tempo abbiamo elaborato questo repertorio, che via via ha assunto una forma sempre più definita, fino a quando siamo arrivate in studio. Con un po’ di ritardo ma con calma. È stato bello così».

Mi interessa conoscere lo sviluppo dell’album: Cardacìa che apre il disco è un tango cantato in siciliano. Perché avete deciso di aprire proprio con questo brano?
«La musica di Cardacìa è stata scritta da Stefania alcuni anni fa, è un brano contenuto in almeno un paio di sue produzioni. Io ho avuto l’idea di scriverci sopra il testo in siciliano, quindi è diventato una nuova creatura mutante. È un tango… con molta sicilianità, e i generi si sposano molto bene».

Salto all’ultimo brano, Alfonsina y el mar, una delle canzoni argentine più note e soprattutto più interpretate. Ne avete fatto anche un video, molto bello e intenso, arte nell’arte. Chi è l’artista che avete coinvolto?
«Si chiama Giorgio Rizzo, e lavora di base con carboncino in tecnica mista. Ha disegnato in diretta la vicenda di Alfonsina, mentre ascoltava la nostra canzone. Questa tecnica narrativa rappresenta sostanzialmente tutto ciò che succede nel disco, è un lavoro essenzialmente “live” pure nel videoclip, quindi, non c’è un montaggio, tranne proprio nell’ultimo passaggio finale». 

Il brano, scritto da Félix Luna (testo) e Ariel Ramírez (musica) e interpretato per la prima volta da Mercedes Sosa nel 1969, racconta del suicidio della poetessa Alfonsina Storni. Una canzone tristissima, difficile non commuoversi. Voi l’avete trasformata in qualcosa di diverso, una interpretazione che nonostante tutto sfida anche la morte. 
«È il corpo di Alfonsina a morire, la sua poetica rimane. Il bello dell’arte è la sua forza salvifica: attraverso un gesto poetico, artistico, si può superare il limite della fine fisica. Del resto, la storia dell’umanità, dell’arte in genere e della musica ce lo insegna: sono passati millenni, si sono alternate grandissime figure di artisti che poi hanno creato tutto il bello, da contrapporre a tutto il brutto di cui l’essere umano è capace». 

Tra Cardacìa e Alfonsina y el mar si apre un mondo di musica che spazia da Bach a Berio passando per Vivaldi, Villa Lobos fino alla musica mediorientale. Qual è il filo di Arianna che collega tutti questi brani?
«L’evoluzione della scaletta è frutto di una riflessione fatta nel tempo, che in certi momenti è cambiata ed è, come dire, una valutazione legata al live. Sostanzialmente, come ti raccontavo prima, noi abbiamo registrato un disco “dal vivo” a tutti gli effetti perché, è vero che in studio chiaramente i tempi della performance si dilatano, ma abbiamo aspettato a lungo prima di chiuderci a registrare e questo ci ha permesso di gestire l’esperienza dello studio quasi come se fosse un concerto dal vivo. Quindi abbiamo, se non ricordo male, seguito la scaletta nell’ordine di esecuzione dei concerti, perché ci è sembrato che questa fosse equilibrata, alternandosi momenti più intimi e riflessivi ad altri un po’ più virtuosistici ed energetici. E poi, appunto, gli autori che abbiamo scelto, sono più o meno legati, a parte Vivaldi, che magari è quello più incasellato in una tradizione specifica, il Barocco, a una ricerca continua di nuova musica attraverso la musica popolare. Bach è un rivoluzionario e tutti questi musicisti che abbiamo scelto come nostri riferimenti, da Berio a Villa Lobos, hanno fatto del dialogo tra il folk e la musica colta (espressione che non mi piace utilizzare, ma giusto per intenderci) una loro missione. È quello che poi è successo in tutta la storia della musica, anche in quella della classica europea. Si è sempre attinto alle tradizioni popolari raggiungendo vette di perfezione di ricerca estetica straordinarie. Quanto al filo di Arianna, oltre a questa ricerca, gli altri fili che annodano i brani del disco tra loro sono le improvvisazioni, mie e di Stefania». 

Quindi, nel secondo brano, quello più lungo del vostro lavoro (9 minuti e 53 secondi) dalla Partita per violino in Re minore di Bach siete scivolate nelle Bachianas brasileiras di Villa Lobos fino a Yashama Kishini, una tua improvvisazione…
«Ok, quello è veramente il brano più lungo, una suite composta da tre momenti. Inizio con la partita per violino solo di Bach come pretesto narrativo, un faro per tutti i musicisti di ogni epoca e latitudine. La produzione musicale di questo compositore connette direttamente l’essere umano con l’infinito. Poi c’è Villa Lobos, che chiaramente Bach lo ha affermato nella sua produzione. C’è stato questo pretesto narrativo di iniziare con un’introduzione “a cappella” di ringraziamento nei confronti di Bach per poi spostarci in tutt’altra direzione, ma sempre mantenendo quel filo conduttore perché poi le Bachianas brasileiras attingono già dal nome, a Bach. Come nostro intento in queste partiture senza grandi interventi sugli arrangiamenti dei brani originali, abbiamo voluto legarle ai momenti di improvvisazione, cercando di creare una connessione e un collegamento, che poi piano piano si trasforma in una parentesi introduttiva verso il brano successivo, in questo caso, Yasam. Uno snodo che ci permette di unire in un certo senso il Brasile alla Turchia, un po’ audace, un salto abbastanza difficile da fare fisicamente, però attraverso la musica ci si può riuscire».

Yaşam in turco significa vita, giusto?
«Sì, è un brano mio, il cui testo è ispirato a una poesia dell’intellettuale e poeta Nazım Hikmet, Yaşamaya Dair (Sul vivere). Sostanzialmente dice: “Prendila sul serio la vita, così sul serio che a settant’anni pianterai un ulivo, non perché resti ai tuoi figli, ma perché non crederai alla morte, pur temendola, perché la vita peserà di più sulla bilancia”. È veramente un inno alla vita che non finisce, che non si conclude nella piccola parentesi umana di ogni individuo, ma che diventa un passaggio di testimone e va oltre rispetto al nostro orizzonte limitato. C’è molto presente in questa poesia e anche l’ambientazione che a me sta molto a cuore perché è molto siciliana, si parla proprio dell’albero dell’ulivo, un’immagine abbastanza ricorrente e che mi ispira molto. Provengo dall’entroterra siciliano, sono nata a Mazzarino, in provincia di Caltanissetta, e oggi vivo a Messina».

Un altro pezzo “forte” è Agitata da due Venti, brano tratto dalla Griselda di Antonio Vivaldi a cui si accosta l’improvvisazione Scirocco e Maestrale…
«È uno dei momenti più energetici del disco, è “un’aria di bravura” del grandissimo Vivaldi. A entrambe, non vorrei essere fraintesa, ci piace molto l’aspetto virtuosistico della musica. Almeno io amo molto gli artisti e i compositori che hanno guardato alle possibilità tecniche ed espressive di un determinato strumento. Al di là della bellezza del contenuto melodico e armonico del brano, da un punto di vista esecutivo è molto complesso e stimolante allo stesso tempo, una sfida». 

Lo stesso vale, dal punto di vista pianistico per Festa no Sertão di Heitor Villa Lobos…
«Sono dei momenti che ci siamo ritagliati proprio per affermare la bellezza di esplorare i limiti espressivi ed esecutivi del proprio strumento. Ci siamo abbastanza trovate in questa cosa qui, ci è piaciuto e quindi è stato bello inserire il brano che è veramente di una bellezza, oltre che di una complessità, incredibile. Poi, avendo intitolato questo disco Con fuoco, ci pareva abbastanza pertinente perché c’è grande fuoco, grande energia musicale in questo come in altri brani». 

Tornando ad Agitata tra due venti, la tua tecnica di canto non richiama quello delle soprano liriche, con voci impostate, la esegui in un modo più libero, accattivante… 
«È un’aria barocca e nel canto barocco la vocalità femminile non era esplorata dal punto di vista del range di acuti, come lo è stata poi nell’Opera, in particolare nell’Ottocento. La scelta che abbiamo fatto con Stefania è stata proprio quella di non fare operazioni filologiche nella esecuzione di questi brani, perché è chiaro che non ci poniamo come cantante lirica o pianista classica pura, siamo due musiciste che amano entrare e uscire dalle epoche e dalle estetiche mantenendo un proprio focus di identità. Quindi tutto quello che proponiamo nel disco lo facciamo sempre con il filtro di ciascuna di noi, della nostra identità, del nostro modo di sentire la musica. E poi, la concezione del Barocco era molto più vicina al jazz di quanto non lo siano state le musiche delle epoche successive. Sia perché nel Barocco, appunto, la prassi imponeva e voleva l’improvvisazione con una concezione molto simile a quella jazzistica. I musici barocchi improvvisavano sul basso continuo e quindi le improvvisazioni venivano fatte attorno a un nucleo armonico ben preciso. Non erano libere ma collegate all’armonia ed è un po’ quello che accade nel jazz, chiaramente con tecniche specifiche diverse. Però c’è una forte connessione fra questi due mondi musicali, anche dal punto di vista della pronuncia. In un certo senso, quella barocca è molto più pulita rispetto alla romantica, dunque, in qualche modo dialoga con più facilità con quello che poi cerchiamo nel Jazz, ovvero la verità dell’emissione, la naturalezza, la confidenzialità del suono». 

Anche il Rock, soprattutto il Prog ha attinto a piene mani dal Barocco. 
«In un certo modo Vivaldi è veramente molto Rock, anche Bach è molto “progressive”, perché il modo in cui un tema si trasforma mille volte all’interno di un’unica composizione è impressionante, è stato detto praticamente tutto già allora, il Barocco nell’evoluzione della musica nei secoli successivi è stato essenziale».

Parlando del vostro legame con la musica popolare non poteva mancare nella vostra scelta Luciano Berio: Ballo unito all’improvvisazione Con Fuoco, è pura celebrazione della voce…
«Ballo è un brano tratto dalle Folk Songs di Berio pubblicato nel 1964, una raccolta di canti provenienti da varie parti del pianeta, dall’Azerbaijan alla Sicilia, dagli Stati Uniti all’Inghilterra. È una grande ricerca e Berio è stato un grandissimo maestro in questo senso. Lui ha preso questi canti e li ha arrangiati per un ensemble, operazione intrigante in sé, e poi li ha regalati a Cathy Berberian che ha eseguito anche questo pezzo, che ha un testo di un anonimo siciliano “stilnovistico”, molto simile all’italiano».

Secondo te sono sempre di più le persone che cercano musica votata all’artigianalità, alla bellezza piuttosto che alla banalità armonica che ci viene proposta da tempo? 
«Penso che tutti gli artisti che scelgono questa strada si sentano un po’ tutti degli artigiani. Quello che noto quando poi si fanno i concerti, è che le persone che vengono sentirti, più o meno preparate musicalmente, più o meno colte, hanno tutte la stessa voglia di ascoltare la musica dal vivo, fatta bene. Non è vero che il pubblico se ne frega o non esiste. È vero piuttosto che probabilmente c’è un problema di gap generazionale perché i concerti sono seguiti – almeno in un certo tipo di musica – da un pubblico molto adulto, maturo, spesso mancano i giovani perché loro si informano o seguono la musica in altri contesti, in altre piattaforme, quindi lavorano più sul mondo virtuale. Però in ogni caso c’è questa risposta molto forte, un desiderio di relazione tra il pubblico e il musicista».


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