dimartino, l’improbabile piena dell’oreto

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dimartino, l’improbabile piena dell’oreto
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In questa recensione è stato usato Claude Sonnet 5 soltanto per la ricerca delle date di pubblicazione e dei titoli corretti degli album citati

Quanto ci piaceva Dimartino nei suoi primi dischi da solista! Cara maestra abbiamo perso (2010), Sarebbe bello non lasciarsi mai ma abbandonarsi ogni tanto è utile (2012), Un paese ci vuole (2015), La rabbia, l’amore, l’ironia, le provocazioni, quelle ballate che cambiavano umore e ritmo, le collaborazioni con Vasco Brondi, Enrico Gabrielli, Cesare Basile, Cristina Donà. 

Il prolifico artista palermitano ha pubblicato a maggio scorso un lavoro da solista, L’improbabile piena dell’Oreto, dopo la parentesi con Colapesce, ritrovando quello spirito incarnato nei suoi primi lavori e in un progetto del 2017 – molto bello e altrettanto interessante – su Chavela Vargas composto con il cantautore palermitano Fabrizio Cammarata dal titolo Un mondo raro  – diventato anche un libro pubblicato da La nave di Teseo, Un mondo raro. Vita e incanto di Chavela

Vargas. Non mi soffermo sulla parentesi sanremese, che personalmente non ho apprezzato, pur restando un pop sempre raffinato ma privo di emozioni, apprezzo invece questo lavoro che segna anche il ritorno dell’artista a Palermo dopo una lunga parentesi di vita a Milano. L’improbabile piena dell’Oreto, uscito nel maggio scorso segna non solo una virata alle origini ma anche quella voglia di sottrarre negli arrangiamenti il superfluo. Non un pop sintetizzato e sognante ma un uso più consapevole degli strumenti: chitarra, pianoforte, cori per rendere l’atmosfera più intima, di casa, insomma. Un tappeto di synth etereo, setoso, pudico amalgama il tutto.

Toglierei questi stivali troppo stretti

Per lasciare l’acqua invadere la pelle

Mi dimentico di ieri, il tempo non fa prigionieri

Salterei da tutti i ponti per trovare un vuoto

Per guardare fino in fondo tutto ciò che ero

Anche dentro un pozzo nero può riverberare il cielo

canta l’artista nel brano d’apertura, L’oro del fiume. L’Oreto, un fiume lungo appena una ventina di chilometri che nasce nella Conca d’Oro tra Altofonte e  Monreale e sfocia a Palermo nei pressi del lungomare di San’Erasmo è il pretesto per raccontare la sua vita, ricercare quello che è stato e ciò che c’era e quello che vorrà essere. Composizione autobiografica ma aperta a chiunque si identifichi in questa ricerca profonda di se stessi. Il fiume, che nasce puro e poi viene sporcato mano a mano che si avvicina alla foce è un simbolismo traspersonale: la vita è sempre e comunque breve, scorre come l’acqua, si sporca di scelte, giuste e sbagliate, si può ripulire sempre con quell’acqua che continua a scorrere. Agua, ¿donde vas?, brano tratto da una poesia di Federico García Lorca, quinta traccia, racconta proprio questo. 

Un disco maturo, sincero, giustamente indie per un cantautore che di musica e versi ha ancora tanto da offrire. 


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