In questa intervista non è stata usata l’Intelligenza Artificiale. Quelklo che leggerete è frutto di una bella conversazione con il giovane chitarrista veronese.
«Un tentativo di abitare il tempo». Luca Scardovelli, classe 1989, è partito da questo sintetico quanto infinito proposito per ritrovarsi come persona e come artista, facendo quello che sa fare meglio: suonare la chitarra, comporre lasciandosi andare in un momento, come scrive lui stesso, «caratterizzato da immobilità e lunghe giornate prive di una direzione precisa».
Andare all’essenza, ritrovare il gusto della musica compatibile con i suoi stati d’animo. È nato così Boring Music for Busy Minds, pubblicato dalla Inner Drive Records, sette brani per 32 minuti d’ascolto che portano l’ascoltatore in una dimensione altra, ben lontana dal nostro mondo affaccendato, affaticato, distorto da guerre e provocazioni, insensibile all’ascolto di se stessi.
Si parte da qui, dall’idea che un altro modo di vivere è possibile, più intimo, riflessivo, apparentemente piatto e noioso ma in realtà giusta medicina per menti troppo occupate e preoccupate come sono spesso le nostre. Sette brani che si dipanano in atmosfere rarefatte, dove l’uso sapiente della chitarra e dell’effettistica ti spedisce in un altro che sta chiuso dentro di te facendo riaffiorare il meglio dei pensieri che tu hai scacciato in fondo al tuo cervello in una sorta di file nascosto incapace di aprirlo.
La musica agisce spesso da psicoterapeuta. Lo ha fatto con Luca e può farlo con chi ascolta. «È la mia speranza», mi dice Scardovelli, che ho chiamato per farmi raccontare le genesi di questo lavoro ben diverso dagli altri che ha pubblicato. Tutto fatto letteralmente in casa, da solo, anche la registrazione (un altro a punto a suo favore!), lontano dal trio Iride con cui porta avanti un bel progetto e dal quartetto degli Ndovu (che in lingua swahili significa elefante, animale resiliente), altra esperienza degna di nota di cui spiega nella lunga intervista qui sotto…

Boring Music for Busy Minds è un lavoro “senza tempo”, un album sospeso. Per 32 minuti, vieni trasportato in un’altra dimensione…
«È lo scopo del disco, in realtà non è nato subito come progetto studiato a tavolino ma è il risultato dell’uscita da un periodo mio personale non entusiasmante, sotto tanti aspetti. Sono riuscito a fare in modo che il fare musica potesse essere uno spazio in cui riuscivo a lasciar fuori tutto il resto. All’inizio non è stato facile, poi tutto questo è diventato una serie di piccoli video sul mio account Instagram che poi ho chiamato Strandscape. All’inizio, l’idea di obbligarmi a fare un video alla settimana, era quell’aggancio che mi faceva tornare in questo mio spazio, nel quale probabilmente non avevo troppe energie di tornarci, se non costretto. In quei 10-15 minuti in cui registravo queste brevi improvvisazioni strumentali, con il mood che hai ascoltato nel disco, ho visto che riuscivo a perdere la cognizione del tempo, potevo star lì anche due ore senza pensare ad altro, cose molto banali del tipo che ore sono, è ora di mangiare o di fare la doccia. Tutte attività molto semplici, ma che nella nostra vita ormai hanno degli orari… Questa piccola esperienza mi ha fatto tornare a una sorta di pace interiore, che poi pian piano si è trasformata nell’idea di farne un disco. Il concetto, dunque, è nato prima di tutto perché sono stato io a vivere un’esperienza dalla quale sentivo la necessità di uscire».
Quindi è stato un tuo intimo bisogno?
«Spero poi di trovare altre persone o un pubblico in cui si possa ritrovare in questa cosa, perché comunque, come ho scritto, il mondo e la società in cui viviamo è molto stimolante, a volte anche in negativo: siamo continuamente sovraccaricati di stimoli, di cose da fare, fatichiamo a volte a trovare quei dieci minuti per chiederci chi siamo, cosa vogliamo o dove stiamo andando».
Il disco lo hai fatto tutto da solo?
«Sì, l’ho registrato per conto mio. Sono anche molto appassionato di audio registrazione. Da un annetto ho un mio studio di registrazione a casa mia in una stanza dedicata, acusticamente trattata. Da poco ho fatto alcuni upgrade a livello di strumentazione, cercando di avvicinarmi il più possibile ad alcuni strumenti che si trovano solo negli studi professionali. Ho fatto una parte di mastering per conto mio, poi sono andato a finalizzarlo nello studio di Carlo Cantini a Mantova, dove abbiamo controllato tutto il lavoro e finalizzato il master con le ultime parti che servivano».
Hai usato molta effettistica collegata alla chitarra?
«Sì, è una cosa che adoro fare da sempre, sono le mie prime passioni, un po’ come quelle dei chitarristi alla David Gilmour. Molti anni fa mi ero molto appassionato anche al progressive rock. Quindi King Crimson, Genesis… dove tutti gli strumentisti lavorano molto a livello sonoro. Robert Fripp (King Crimson, ndr) è un mago. I suoi dischi da solista o con Brian Eno sono sempre stati per me punti di riferimento. I suoni che ho esplorato fanno parte del mio “suono chitarristico” e quindi sono tutti in diretta, nessuna produzione, in un take, perché l’idea era di utilizzare la loop station. Quindi non ci sono sovraincisioni, se non le voci che senti nel primo pezzo».
La voce è la tua?
«Sì, ho semplicemente messo degli effetti, dei delay e riverberi, che mi piacevano e uso sulla chitarra. Ma sono fondamentalmente quattro tracce di voce, anche quelle improvvisate, per mantenere un po’ il concept del disco».

C’è una sostanziale differenza con i tuoi lavori precedenti, per esempio con New Path (uscito nel 2021), dove suonavi con Matteo Vallicella al contrabbasso, Enrico Truzzi alla batteria e Mauro Negri ai fiati. Qual è la tua dimensione ideale? Suonare da solo o in trio o quartetto?
«Quest’ultimo lavoro è stato un po’ una novità. Negli ultimi anni, anche per studio e pratica personale, strumentale ho cercato di fare cose da solo. Anche perché quando siamo a casa, magari a studiare o a praticare lo strumento, molto spesso siamo da soli. E quindi ho sempre cercato di trasformare lo studio personale in musica. Però, ovviamente, fare musica con altre persone ha sempre divertimento in più, quello dunque rimane il mio habitat principale, tra pochi mesi uscirà un mio disco in quintetto.
Tu fai parte anche del collettivo Iride insieme a Zeno Merlini al sax alto e Silvano Martinelli alla batteria (ascoltate Artificio Naturale del 2024), e degli Ndovu con Martina Ghibellini alla voce, Dario Ponara al vibrafono e sempre Silvano Martinelli alla batteria (ascoltate l’Ep Covatera uscito sempre nel 2024), esperienze diverse fra loro…
«Iride è un collettivo dove io, Zeno e Silvano, sottoponiamo dei brani che poi insieme arrangiamo e dove c’è una dose di improvvisazione abbastanza importante. Stesso discorso per Ndovu, un progetto che a me piace tantissimo e a cui tengo altrettanto: sono realtà musicali in cui i miei gusti anche storici ritornano fuori. È come se a un certo punto, studiando jazz, li avessi messi da parte e invece poi negli ultimi anni sia riuscito a unire insieme tutti i vari pezzi, recuperando anche una parte mia di suono che magari avevo un po’ accantonato».
Il tuo è stato un passaggio naturale arrivare al jazz o una precisa scelta come chitarrista?
«Penso che nel percorso di strumentista, man mano che si intraprende un cammino, si migliora e si raggiungono nuovi obiettivi. Sono uno che cerca sempre di guardare avanti, quali sono le cose che so fare ma soprattutto quelle che non so ancora fare, e quindi magari dopo anni che suonavo con gruppi rock, progressive, pop-rock e funk era come se sentissi, grazie anche ad alcuni musicisti che prima o poi incontri, vedi John Scofield o Larry Carlton, ti stimola la curiosità di ricercare altro. In realtà mi ero iscritto al triennio di jazz, non conoscendo il jazz. Quindi l’ho utilizzato come stimolo per cercare di iniziare a conoscerlo e ad approfondirlo. È stato comunque un passaggio secondo me naturale, sicuramente lungo perché poi quando entri nel mondo del jazz inizi a conoscere migliaia di artisti che prima non conoscevi e vorresti approfondire tutti insieme!».
Insegni chitarra jazz?
«In realtà insegno “chitarra moderna” al Modern Music Institute – accademia di alta formazione nazionale che ha sedi in tutta Italia – di Mantova e Bonferraro (Verona), quest’ultimo un distaccamento di Mantova. Cerco sempre di tararmi su quello che è l’interesse dell’allievo, cercando anche di stimolarne la curiosità. Mi metto sempre nei panni di cosa mi sarebbe piaciuto imparare da allievo, quindi cerco di proporre musica che un allievo non conosce, cercando di stimolare la sua curiosità».
Che chitarre usi? Ce n’è una che ti ha catturato più delle altre?
«È la più recente, ce l’ho da gennaio. Ha un po’ stimolato quei momenti di cui ti parlavo all’inizio. È una Strandberg, marca svedese. Ho avuto la fortuna di scambiarla con un’altra che non utilizzavo più da anni e aveva un buon valore. È molto diversa da tutte le altre che possiedo. Ha una forma molto ergonomica – ideale per chi ha problemi di schiena come me – è senza paletta e ha un manico con una sezione molto particolare, quasi trapezoidale e non curva. È una chitarra molto versatile, con i pickup puoi passare da humbucker a single coil, ottenendo tante sfumature. Ho alcuni effetti, pochi ma molto buoni, e alcuni overdrive come il Michelangelo della Dophix, un’azienda di Firenze che fa pedali artigianali, e poi ho un multieffetto che è prodotto dall’americana Eventide,l’Harmonizer H90, una scatoletta magica che fa davvero di tutto a livello di effetti. Robert Fripp e chitarristi del genere hanno sempre usato i loro prodotti».
Boring Music for Busy Minds lo porterai in giro dal vivo?
«Sì, certo, assolutamente. Sul mio canale YouTube ci sono tre brani filmati live al Fosbury di Mantova. Sto pianificando date per ottobre e novembre».


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