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«Che dici? Ci andiamo a prendere un gelato? Ho la gola secca dal caldo». Max Ionata ha appena finito di fare il sound check. Di lì a poche ore salirà sul palco del Francavilla è Jazz. C’è tempo per una bella chiacchierata con lui, parlare della sua musica e del lavoro per sottrazione che per il sassofonista abruzzese è diventato un punto fermo irrinunciabile. Lì si è presentato con il suo trio nordico, lo Special Edition, ovvero Martin Sjöstedt al pianoforte, Jesper Bodilsen al contrabbasso e Martin Maretti Andersen alla batteria.
Max, 54 anni, è un nome conosciuto nei palchi jazz di mezzo mondo per il suo modo di suonare il sax, un suono caldo, pulito, avvolgente, diventato la sua cifra stilistica. «Pensa che c’è un pazzo giapponese, perché può essere solo così, che si è innamorato di me, del mio modo di suonare. È un artista audiovisivo si chiama Naru (naruart2020 su Instagram, ndr) e mi dipinge in tutti i modi. Gli ho persino dedicato un brano in Tivoli, Naru’s Waltz!».
Tivoli, uscito nel dicembre 2025 via Mingus Records, etichetta discografica danese, è un disco “maturo” che detta così sembra una di quelle definizioni valide per tutto e tutti. In realtà la maturità sta nel fatto che Max, autodidatta (ha imparato a suonare il sax, nella banda del paese, sante bande!), è arrivato tardi, oltre i vent’anni, al jazz e a capire che la sua vita sarebbe stata nella musica. Da allora ha suonato con i grandi jazzisti americani, nordeuropei, italiani e insegna Tecniche di Improvvisazione Musicale al conservatorio Pollini di Padova. Si è formato ascoltando i “tenoristi” puliti, alla Dexter Gordon o alla Stan Getz per intenderci, quelli dove ti gusti la costruzione melodica nota per nota. Quindi sì, Tivoli è un lavoro maturo, dove si concentrano tutte queste esperienze di vita e di musica.
Davanti a un ottimo quanto goloso gelato, all’angolo della centrale Piazza Umberto I di Francavilla Fontana in subbuglio per la festa patronale, ci siamo ritagliati il nostro pezzetto di mondo, tra ricordi e futuro.
l’essenzialità innanzitutto
Max non hai bisogno di dimostrare più niente, il tuo cercare la sottrazione a scapito del virtuosismo è una filosofia costruita negli anni…
«È quello che ho sempre voluto fare, non perché ritenessi che fosse sbagliato scegliere un certo tipo di musica ma perché sono un istintivo, poco cerebrale. Questo ti porta a non riempire troppi spazi. Mi spiego meglio: se tu hai dieci pistole in una guerra, le usi tutte. Se ne hai una sola, cerchi di uccidere con quella. Ho fatto un esempio di m… lo so! Però in realtà ho sempre pensato che tanti miei colleghi avessero molte più capacità di me. Sono arrivato tardi a fare questo mestiere, avevo sempre suonato ma non ho una formazione classica, sicuramente non accademica. Il sassofono lo suonavo in banda da bambino e gli unici studi che ho fatto sono quelli di allora. Oggi, con la maturità, avendo avuto anche l’incarico di insegnamento in conservatorio, ho dovuto rimettermi in discussione. Soprattutto dare forma a quello che ho sempre suonato in maniera istintiva, cercando di razionalizzarlo per renderlo trasferibile agli altri, cioè spiegare a qualcuno quello che stai facendo in maniera tecnica. Un conto è suonare un pezzo che funziona – e funziona per te – un altro dire a un allievo: “Vedi, qui va così”. Devi indicargli esattamente quello che succede, quali sono le distanze, i mezzi che lui può mettere in campo».
Quindi hai deciso di andare a lezione a tua volta?
«Ho creato un mio metodo per insegnare ai miei alunni, analizzando quello che ho sempre fatto di mio, prendendo lezioni da colleghi bravi, come Giovanni Mazzarino, che è un didatta formidabile. Abbiamo fatto delle aule vere e proprie, non potevo andare a scuola semplicemente a suonare, era necessario darmi una regola. Imparando ho capito che ciò che facevo era tutto corretto».
Ritornando al concetto di “togliere” e alle dieci pistole: sul palco le tue armi sono più di una, a partire dall’intesa con i tuoi musicisti che sono formidabili!
«Il togliere viene dal fatto che spesso in un pezzo non puoi infilarci tutto. Molti miei colleghi – li ho sempre invidiati per la loro capacità tecnica – mettono tutto quello che sanno, usano tutte le armi a disposizione. Spesso non c’è bisogno di fare troppo, è sufficiente far suonare la band, darle la possibilità di raggiungere questo famoso interplay. Che esiste anche quando si parla: l’improvvisazione è assolutamente identica a un discorso. Noi parliamo la nostra lingua in maniera automatica, non pensiamo ai verbi o alle coniugazioni. Parliamo e basta. Questa spontaneità nel suonare, se tu la usi esattamente come una lingua, ti porta a una risposta e quindi al dialogo. Ma se io sono logorroico e non ti permetto di interagire, inevitabilmente ti sovrasto. Così succede quando suoni. Nella musica tutto ciò viene sottovalutato troppo spesso. Non mi piace pensare che quello che faccio sia giusto e tutto quello che fanno gli altri sia sbagliato. Io lo pratico perché sento che c’è bisogno di dialogo. (Ride, ndr), poi quando mi riascolto sento anche che ci sarebbe bisogno di qualcos’altro… sai, sono molto critico con me stesso e a volte penso che potrei fare di più».

musica rassicurante
Ascoltando Tivoli, mi sono annotato un pensiero: quello di Ionata è un jazz rassicurante, e in un momento di ascolto così incerto e di grande crisi di valori con una buona dose di paure, è una buona notizia. Dai molto peso al linguaggio che deve essere capito da tutti, insegni a rispettare l’altro…
«Il parallelo con la vita di tutti i giorni è la cosa più fantastica del jazz perché è la musica più vicina alla quotidianità delle persone. Tu esci, vai a comprare qualcosa e non ti prepari il discorso. Dal fruttivendolo entri, vedi quello che c’è e chiedi. Improvvisi. Nella musica è uguale. Però, per arrivare a quel tipo di dialogo, bisogna avere una conoscenza, una tranquillità, una comunicazione efficace. Veniamo a noi due: questa intervista per me è facile perché tu sei riuscito subito a mettermi a mio agio. Abbiamo iniziato a parlare, ci siamo mangiati un gelato insieme. E questo non è avvenuto per caso, ci siamo subito sorrisi. La vita è fatta di incontri e quegli incontri devono essere in qualche modo incastrati in maniera giusta».
Con il Trio Special Edition è così?
«Con Jesper Boldisen e Martin Andersen suoniamo insieme da tempo, meno con Martin Sjöstedt, che è un fenomeno della natura, ma ci siamo capiti immediatamente. L’hai sentito, è sassofonista – accidenti a lui – (ride,ndr), ma principalmente bassista e suona il pianoforte da paura. È un musicista straordinario, un genio. Con questo livello capisci che ti diverti a prendere strade ogni sera sempre diverse. La musica deve essere questo. Purtroppo non è sempre così. A volte devi spingere tu e quindi fai molte più note di quelle che servono perché devi trainare gli altri spingendoli a cambiare sentieri e ritmo e, per farlo, inevitabilmente sovrasti. Così il pubblico pensa: “Ma che palle, suona sempre lui”. In realtà ciò avviene perché non sta succedendo quello che dovrebbe accadere. Per esempio, prendi il suono: se sul palco i tecnici ti hanno fatto un bel suono, non c’è bisogno di macinare note. Lo fai quando questo è bruttino, asciutto, non arriva. A volte, se c’è un buon riverbero, due note sono più che sufficienti. Invece ne fai quaranta perché devi cercare di riempire quel vuoto terribile che c’è tra una nota e l’altra. Facci caso, i suoni più belli nel jazz sono quelli più ricchi, non sono mai artisti che fanno mille cose, lo fanno quelli super-iper tecnici che hanno sempre dei “suonetti”».

rafforzare la cultura jazz
Perché il jazz è una lingua molto più “parlata” e consapevole nel Nord Europa?
«Non è proprio così. Spesso, noi che andiamo a suonare fuori in qualsiasi posto abbiamo una visione che non corrisponde alla realtà. Se vado a tenere un concerto in Francia, quel club è pieno perché Max Ionata ci va una volta ogni tre anni. Hai ragione quando dici che all’estero c’è più cultura, più curiosità verso il jazz. Non c’è bisogno di fare nomi altisonanti per far venire pubblico, e nemmeno di andare in televisione o pubblicizzare tantissimo. È un concerto jazz, quindi l’appassionato va, si siede e ascolta. Se piace, bene, ci torna. Altrimenti finisce lì».
Invece in Italia?
«C’è ancora bisogno di un ufficio stampa che spinga, devi fare pubblicità, cercare di invitare la gente. Per forza gli devi mettere un aperitivo, perché in realtà abbiamo sempre fatto le cose per finta. Pensa che in Germania c’è un jazz club in ogni paese, addirittura in ogni villaggio, intendo centri da 150 abitanti, le persone lo frequentano per stare insieme, ascoltare buona musica, fare quattro chiacchiere e bersi una birretta. C’è da dire che lì d’inverno non hai niente da fare. A Roma, la città dove vivo, fino a fine novembre fa un caldo assurdo, poi la domenica c’è il calcio, mica possiamo fare il concerto… devi guardare miliardi di cose, se piove la gente non esce mai… Insomma abbiamo altri tipi di problemi tra cui anche quello culturale che facevi notare tu. Secondo me è anche colpa nostra…».
Cosa vuoi dire?
«Forse noi musicisti dovremmo prestarci di più a divulgare questo genere di musica. Accontentarci magari di cachet più bassi e nei giorni liberi organizzare un concerto, suonare per avvicinare il più possibile la gente alla musica… Stiamo formando migliaia di giovani che secondo me non avranno futuro. Se non cambia qualcosa, sti benedetti ragazzi che se ne faranno di questi pezzi di carta, anche i più talentuosi saranno costretti a costruirsi comunque una vita all’estero. Io “fuori” ci vado tutte le settimane, però tornare nel nostro paese è stupendo. Puoi andare a Basilea, è una bella città, pagano benissimo, ci vado spesso a suonare. Sei al triangolo tra Germania, Francia e Svizzera, fai i tuoi concerti ma poi che fai? Una tristezza, non sono le nostre città, non c’è la nostra cultura, il nostro cibo, il nostro meteo. Molti anni fa ho discusso con Bill Russo. Lavoravo ancora in fabbrica, era la fine degli anni Novanta, gli spiegavo che me ne volevo venire in America perché tutti mi spingevano a trasferirmi a Chicago, dove avevo vinto una borsa di studio. Russo mi disse: “Forse sarebbe meglio cambiare le cose nel tuo Paese”. Mi chiesi: “Ma che cavolo vuoi che cambi?”.
Poi hai cambiato idea a quanto pare!
«Oggi, invece, mi rendo conto che dipende anche da noi mutare il corso delle cose. Prendi Francavilla è Jazz: esiste perché ci sono due pazzi che hanno deciso di spendere tempo dietro a questa cosa, rischiando di rimetterci l’osso del collo, di accollarsi mille problemi senza guadagnarci un soldo. Se ogni musicista nel proprio paese natale organizzasse qualcosa, spendendo nulla e non guadagnando nulla, pagando magari poco i colleghi, però organizzando qualcosa che renda viva la piazza, avremmo gli stessi festival e club che ci sono in Germania. Nel mio paesino in Abruzzo (Atessa, in provincia di Chieti, ndr) non faccio mai niente, ma potrei benissimo suonare. Sai quante persone mi chiedono: “Quando suoni qui?”. Potrei decidere: sabato suono al bar. Chiamo due amici e ci divertiamo. Perché no?».
buoni propositi
Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?
«Cerco di rimanere ispirato e concentrato sulle mie cose. Adesso ho iniziato un’avventura con dei giovani musicisti, l’ho chiamato il New Generation Quartet, composto da Vittorio Solimene al pianoforte, Alessandro Bintzios al contrabbasso e Cesare Mangiocavallo alla batteria. Con loro cerco di lasciarmi contaminare, anche se i tre vorrebbero lo stesso da me, perché non vedono l’ora di suonare con uno più anziano che magari gli trasmetta la tradizione. Però in realtà, come ha fatto Enrico Rava, vorrei imparare da loro le cose che mi mancano. Il mio proposito è cercare di suonare il meglio possibile, ma non ci riuscirò mai perché non sarò mai contento di quello che faccio! Mi chiedono in tanti se farò un nuovo disco, vorrei, mi manca un’idea però. Non vorrei fare i tributi, vorrei scrivere pezzi miei e andare in studio. Anche se funzionano meno queste cose, però non possiamo pensare a quello che “funziona”tira”, se no andiamo tutti da Maria De Filippi a fare Amici… Ma che senso ha?».


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