L’immagine che vedete qui sopra è stata creata da Claude, che ha così sintetizzato il bel testo di Lorenzo Bianchi
definizione
Rock (o musica rock): Genere di musica popolare sorto negli Stati Uniti e nel Regno Unito negli anni Cinquanta del Novecento, caratterizzato da un ritmo marcato in tempo binario (tipicamente 4/4), sonorità prevalentemente amplificate e una formazione strumentale classica imperniata su chitarre elettriche, basso e batteria.
Un p0′ di storia
Sviluppatosi a partire dalla fusione di elementi rhythm and blues, blues e country, il rock si è articolato nei decenni successivi in molteplici sottogeneri (tra cui hard rock, rock progressive, punk rock, alternative rock e tanti altri), configurandosi non solo come fenomeno musicale di massa ma anche come veicolo di espressione generazionale e culturale.
Se si prova a spiegare il rock partendo dalla teoria musicale, la definizione evapora nel giro di pochi istanti. Si può certo citare il tempo binario in quattro quarti con il colpo secco sul secondo e quarto movimento, oppure la convenzione quasi religiosa di unire una chitarra elettrica, un basso e una batteria a sostenere una voce. Ma l’anatomia non basta a spiegare il sangue.
Il rock non è mai stato una formula geometrica; è nato prima di tutto come una cicatrice sociale, un urto generazionale e una coincidenza formidabile tra progresso tecnologico e mercato di massa nel dopoguerra. Il messaggio, l’urgenza generale di una comunicazione hanno creato il “linguaggio”, non il contrario.
le ambiguità
La sua prima e più feroce ambiguità risiede proprio nelle radici. Quello che il mondo ha celebrato come il grande mito liberatorio della gioventù bianca occidentale è in realtà un furto sacro (e col senno di poi cinicamente benedetto) perpetrato ai danni della cultura afroamericana. Il rock esiste perché il blues rurale, il gospel e il rhythm and blues si sono scontrati con le valvole degli amplificatori tirate a saturazione e con il country delle campagne. Chuck Berry e Little Richard ne hanno dettato il vocabolario metrico e chitarristico, ma l’industria discografica ha avuto bisogno del corpo docile e insieme scandaloso di Elvis Presley per rendere quel suono commestibile alle famiglie borghesi americane. Da quel momento la storia del rock è stata segnata da una contraddizione mai sanata: proclamarsi voce viscerale dell’autenticità e della ribellione, pur essendo il prodotto d’intrattenimento più redditizio e spietatamente capitalista del Novecento.
C’è poi un equivoco semantico che divide il rock and roll delle origini dal rock propriamente detto. Il primo era una questione di bacino, di sale da ballo e di singoli a quarantacinque giri consumati nei juke-box entro i tre minuti. Il secondo nasce a metà degli anni Sessanta, quando la forma-canzone decide di farsi adulta.
il menestrello elettrico
Succede quando Bob Dylan attacca il cavo alla chitarra elettrica al festival di Newport, mandando in crisi i puristi del folk, e quando i Beatles smettono di fare concerti per rinchiudersi negli studi di registrazione a inventare architetture sonore complesse. Lì il consumo adolescente si trasforma in ambizione letteraria, in psichedelia, in opera concettuale, in canzone d’autore meticciata. Il rock smette di essere solo una festa e comincia a pretendere il dovuto rispetto artistico.
Da quella pretesa è scaturita una frammentazione inarrestabile. Negli anni Settanta la materia si è divisa in mille fedi ortodosse e spesso nemiche. Da una parte la potenza muscolare dei riff pesanti dei Led Zeppelin e dei Deep Purple, che dilatavano il blues fino a renderlo monolitico ed epico; dall’altra il rock progressivo dei Pink Floyd, dei King Crimson o dei Genesis, che guardava alla musica classica e al jazz per costruire cattedrali di tempi dispari e suite orchestrali. E poi la reazione violenta: a metà di quel decennio il punk dei Ramones e dei Clash è arrivato a spazzare via ogni vanità tecnica, riportando tutto a tre accordi sporchi, velocità furiosa e un nichilismo che rimetteva la strada al centro del discorso.
Accanto a questa nobiltà, giustamente riconosciuta dalla critica, che ha continuato ad applaudire i cantautori della desolazione urbana e il rigore morale del circuito indipendente, il rock ha generato una stirpe nutrita di figliastri. Sono le mutazioni impure, quelle che i custodi della tradizione hanno spesso deriso o rinnegato. Il glam rock e il cosiddetto hair metal degli anni Ottanta hanno esasperato il trucco, i capelli cotonati e l’artificio scenico, dimostrando però che sotto chili di lacca potevano nascondersi complessità armoniche oggi impensabili e melodie pop d’acciaio. Più tardi, a cavallo del nuovo millennio, il crossover e il nu-metal hanno ibridato le chitarre accordate verso il basso con il fraseggio hip hop e le ritmiche sincopate, attirandosi il disprezzo dei puristi ma dando voce al malessere di un’altra intera generazione. E perfino il post-rock, all’estremo opposto dello spettro intellettuale, ha finito per fare del rock un paradosso: ha tenuto le chitarre e le distorsioni eliminando il cantante e i ritornelli, preferendo dilatarsi in lunghe maree strumentali.
cosa rimane del rock?
Oggi quella lunga avventura ha cambiato segno. Il rock ha smesso di essere la colonna sonora dominante del pianeta, lasciando il timone della contemporaneità alle produzioni elettroniche e alla cultura urbana. Non è morto, come periodicamente si ama ripetere, ma ha fatto il suo ingresso nella dimensione classica dei linguaggi storicizzati. Al pari del jazz, è diventato una forma nobile d’alto artigianato: un mondo fatto di legno, ferro, amplificatori caldi e sudore condiviso in una stanza, che forse non detta più le regole del mondo ma continua a offrire un rifugio di pura presenza fisica a chi ne cerca ancora l’attrito.
Il rock, come tutti i fenomeni culturali, scollinata la contemporaneità, s’è fatto storia, una storia grandiosa e indimenticabile, portata avanti da mille prevosti, qualche grande profeta ancora sui palchi, e ormai nessun Papa.


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