vanessa tagliabue yorke tra jazz e spiriti energici

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vanessa tagliabue yorke tra jazz e spiriti energici
Vanessa Tagliabue Yorke – Foto Roberto Cifarelli
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In questa intervista non ho usato l’intelligenza artificiale. È il puro frutto di una conversazione di oltre un’ora con Vanessa Tagliabue Yorke

il senso dell’andare…

«Il mio lavoro si può sintetizzare così: accompagno la gente a farsi dei gran viaggi. E quando viaggi, conosci gente nuova, vedi bei panorami, ti rimangono dentro ricordi importantissimi». 

Con questo spirito Vanessa Tagliabue Yorke, cantante straordinaria, compositrice, scrittrice, artista multimediale, nell’aprile scorso ha pubblicato il suo nuovo lavoro, Yōkai Monogatari, che possiamo tradurre in Racconti di Mostri. «Gli yōkai sono sono creature criptonaturali, cioè nascoste nella natura, ma vivono nella stessa dimensione dell’essere umano», mi spiega Vanessa. L’idea di una musicista che ti porta con sé in un viaggio fantastico di un’ora e 15 minuti nella cultura giapponese del Seicento ha stimolato non poco la mia curiosità.

A proposito di ricordi, sempre Vanessa: «Riccardo Del Fra, con cui ho suonato lo scorso luglio  (apro un parentesi: virtuoso contrabbassista, nel suo ricchissimo bagaglio professionale vanta nove anni di concerti e registrazioni con Chet Baker, ndr), mi ha commosso: dice sempre a tutti di ascoltare Contradanza, mio disco pubblicato nel 2015, perché per lui è un grande disco».

Yōkai Monogatari non è solo un disco, ma fa parte di un sistema di narrazione che include un romanzo vero e proprio, già scritto da Vanessa e di prossima pubblicazione, e una serie di tavole, sempre opera sua, che raffigurano la storia rielaborata attraverso la creatività dell’artista.


Perché un disco su una storia del Giappone seicentesco?

Vanessa, non trovi sia un po’ troppo di “nicchia”?

«Infatti, è proprio anacronistico. Secondo me sarà sempre più raro perché le persone smetteranno di approcciarsi in questo modo al jazz e alla musica creativa. Dico jazz perché è una delle possibilità in cui c’è più libertà di ricerca e di espressione personale, nato come ricerca e riaffermazione della propria identità. Sarà sempre più ostico farlo e ci sarà sempre meno spazio dove esprimere i risultati del lavoro. Ne sono consapevole, ma ho questa inclinazione naturale, la seguo perché sono fatta così!». 

Per comporlo, a partire dall’idea grezza, avrai dovuto applicarti non poco, fra libri, ascolti, ricerche!

«Mi è sempre piaciuto studiare, scoprire cose che non conosco e approfondirle. Siamo continuamente esposti a contenuti che provengono da tutto il mondo, o perlomeno si spera sia così, a meno che uno non viva con una specie di paraocchi! Sono un artista multimediale, a me piace creare contenuti in altre forme, mi piace disegnare, scrivere. Mi è capitato di andare a una mostra d’arte e vedere un disegno di un autore collocabile più o meno intorno al 1600 giapponese, quindi nemmeno così antico».

Cosa rappresentava?

«Una donna con un kimono in un giardino, un disegno molto semplice. Una specie di schizzo a penna con pochi colori ad acquerello, però questa donna mancava completamente dei connotati, non aveva volto e questo mi ha scioccato. Ho iniziato così ad approfondire l’origine di una stranezza del genere: chi è che elimina i connotati in un volto umano su un disegno di una figura intera ritratta in un giardino? Se ci pensi, molto moderno come approccio iconografico, da Novecento spinto, non da 1600». 

Infatti del Seicento siamo abituati a ben altre rappresentazioni, realismo spinto, stucchi, ori, opulenza…

«Non pensiamo certo che ci siano contenuti concettualmente così spinti nel nostro Seicento. Ho iniziato a fare un po’ di ricerche e ho scoperto che quel dipinto è la raffigurazione di un mostro yōkai e, ovviamente, tutto ciò non ha potuto che liberare la mia fantasia e la mia felicità nel tuffarmi alla scoperta di queste entità che in fondo conosciamo perché ci sono arrivate attraverso i film e i manga di Hayao Miyazaki. Nei suoi lungometraggi è capitato a tutti di pensare: “Oh che curioso, guarda c’è la rana vestita da uomo; questo ragazzino si trasforma in un drago e si tuffa nel lago o nel fiume, come mai? Approfondendo, scopri che sono figure antichissime. Il ragazzino è un Wani, un tipo di yōkai che viene dalla cultura cinese, è stato poi trasferito nella cultura giapponese e fa parte di tutte queste figure connaturate nell’immaginario folklorico del Giappone». 

Insomma un mondo complesso e molto profondo!

«Che mi ha molto appassionato. Improvvisamente, nel mio curiosare ho trovato anche delle origini storiche in alcuni mostri che fanno parte di questi cataloghi che venivano poi compilati dagli artisti. Prendi per esempio la Parata notturna dei cento demoni (rappresentazione che si celebra ancora oggi a Kyoto in una storica via del centro chiamata Ichijō-dōri, ndr): venivano create delle storie da poter raccontare per passare il tempo, come noi abbiamo il Decameron del Boccaccio. Lo Hyakki Yagyō (la parata, appunto) e tanti altri eventi folklorici venivano illustrati e sono per noi una miniera d’oro incommensurabile. Alcuni sono collegati a personaggi specifici, un po’ come se leggessimo la Divina Commedia, e i personaggi che la popolano sono realmente esistiti». 

Ritornando all’immagine che ti ha colpita, cos’hai scoperto?

«È un Furaribi che dà il nome anche a una canzone del mio disco. Un mostro originato da un episodio realmente esistito intorno alla fine del Cinquecento, quando un samurai molto famoso,  Sassa Narimasa, che ancora oggi ritroviamo in alcuni videogiochi, uccise Sayuri, la concubina che viveva nella sua dimora. Narimasa aveva anche due mogli, evidentemente gelose. Sayuri fece una brutta fine perché era incinta, venne uccisa, fatta a pezzi e buttata nel fiume Jinzū. La concubina è stata una vittima di femminicidio, reato così attuale in questo momento, ma in realtà comune a tutta la storia dell’umanità e si rintraccia anche nel Giappone feudale. Tantissimi yōkai sono donne vittime di femminicidio, e nel mio libro questo fatto emerge più volte. Sayuri si trasforma in Furaribi e conduce una nuova vita da cui prende il nome un tipo di mostro, furaribi, appunto, che si ricrea ogni qualvolta una donna viene uccisa in un modo simile, privata dell’onore di un giusto riconoscimento funebre, o ammazzata per ingiustizie, false accuse».

etica e responsabilità

Quindi non si tratta soltanto di aver messo in musica un’antichissima vicenda diventata poi leggenda?

«Tutto questo discorso mi ha affascinato perché di fondo c’è un contenuto etico. La società a cui siamo abituati configura di più i concetti di colpa e di ricompensa rispetto all’evoluzione dello spirito nel corso dell’esistenza e dell’aldilà. Invece, considerando tutta questa grande produzione immaginifica di leggende che si configurano in questi mostri, mi sono resa conto che la cultura da cui provengono alimenta di più di un atteggiamento di responsabilità, non tanto di consequenzialità».

Per esempio? 

«Ho fatto il bravo, e a Natale Babbo Natale mi porta il giochino. Lì funziona diversamente. Ho fatto il bravo, vado in paradiso. Non hai mangiato il riso? Ci sono i bambini che muoiono di fame, senso di colpa. In Giappone: attento perché il riso non consumato la notte potrebbe trasformarsi in yōkai e tornare a parlarti e a dirti qualcosa. Il riso è una tua responsabilità, non l’hai mangiato e dove andrà? E ancora, hai fatto del male a quella persona? Tu magari vai in paradiso o non sappiamo dove vai, ma quella persona si trasforma in yōkai e poi a chi farà del male? Magari non a te, ma certamente ad altre cento persone».

Ti responsabilizza, dunque…

«Se posso aggiungere un dettaglio personale: ho patito la mancanza di responsabilità nell’umana gestione dei rapporti di lavoro e dell’amministrazione pubblica. Vengo da anni in cui osservo un decadimento completo degli atteggiamenti su tutti i livelli del vivere umano, sia a livello personale sia sociale. Questo discorso della responsabilità mi è piaciuto tantissimo, perché mi è sembrato molto adeguato ai miei bisogni, e cioè, uno spirito nobile che vorrebbe che le cose fossero costruttive, profonde, edificanti. Da quel disegno di donna senza faccia, che poi alla fine si rivela uno spirito mutaforma, ho aperto una finestra e sono volata via con tutti i mostri che ho incontrato. Sono diventata anch’io furaribi, e poi ho pensato: “Ma questa concubina è diventata Furaribi e poi cosa le è successo?”. Mi sono detta: “Non è giusto, deve aver avuto una sua storia, perché c’è ancora energia dopo l’annientamento”, la leggenda giapponese ci dice questo». 

Ovvero?

«Noi pensiamo che annientando magari una certa popolazione che ci dà fastidio, una tipologia religiosa o un’ideologia i problemi si risolvano e possiamo vivere una vita tranquilla. E invece no, perché rimane un’energia dopo l’eliminazione: anche se tu mi hai distrutto, non è che elimini tutto quello che mi coinvolge. Rimangono delle radici sotterranee come il micelio, che si trasferiscono altrove e ritornano sotto altre forme, che nella cultura giapponese sono molto più potenti dell’originaria di cui ci dovremmo preoccupare. Questo è l’insegnamento».

Ragione per cui hai deciso di creare un “sistema” artistico oltre la voce e la musica?

«Ho pensato: “Non voglio lasciare questa yōkai Furaribi da sola sul fiume Jinzū a vagare nel nulla”. Così ho scritto un romanzo, e per farlo, ho letto diversi libri, tra questi La storia di Genji (Genji monogatari, 1001-1014 circa, ndr) di Murasaki Shikibu e tantissime poesie, perché nella letteratura medievale giapponese intorno al 900 d. C. oltre a temi di un’attualità sconcertante e a un linguaggio molto sintetico in cui le cose vengono dette senza tanti fronzoli, i personaggi parlano tra loro attraverso la poesia. Altro fatto che mi ha mandato fuori di testa: io ti sto parlando e a un certo punto cito una poesia che ho scritto o che ha creato Montale e tu mi rispondi con una poesia di Giovanni Pascoli, pensa che bello!».

Il romanzo è di 14 capitoli, tanti quante le tracce dell’album, perché?

«Sono collegati, sviluppano la storia di questa ragazza che si è trasformata in yōkai, dando una risposta alla domanda: “Che cosa sarà successo alla concubina Sayuri dopo che l’hanno trasformata in mostro?”, cioè il punto dove la leggenda si ferma. Alcune immagini presenti ad esempio nel diario di Murasaki Shikibu le ho trasferite immaginificamente come se avessi preso la scenografia, nel mio libro perché volevo dare un contesto reale».

E i 14 disegni che hai costruito sono frutto della tua fantasia, di tutto quello che hai letto e di come hai interpretato il tutto nel tuo mondo?

«Sì, ho acquistato decine di libri fine art, stampe giapponesi di grandi artisti, l’arte pittorica classica giapponese. Mi sono ispirata a modelli che esistono, sono rintracciabili e ho rielaborato la mia idea di rappresentazione. Per esempio, ho usato l’immagine di una stoffa di un tessuto che ho visto in una veste di uno dei disegni usandola per disegnare gli abiti di Sassa».

PERCHé ernesto lecuona e fabrizio bosso?

Dal punto di vista musicale: le tue composizioni spaziano liberamente dal Giappone al Sudamerica, fondendo generi e armonie…

«Ho studiato in una scuola di cinema. L’insegnante di sceneggiatura mi diceva spesso: “Se vuoi capire se una sceneggiatura è fatta bene o male, fermati e domandati: ma se fosse successo l’opposto?”. Voglio dire: pensa se avessi usato soltanto canzoni giapponesi del periodo giusto ed eseguite con gli strumenti dell’epoca, chiamando solo musicisti giapponesi ad eseguirli… La mia concezione è che lo spazio e il tempo possano in qualche modo andare a coincidere, annullarsi in un certo senso lineare nella profonda contemplazione della mente candida. È il principio della sincronicità: tu percepisci ora una cosa che avviene in un altro momento, in un altro posto del mondo. La mia idea è che la possibilità di rintracciare delle affinità emotive o anche immaginifiche o soltanto di una parola che secondo me poteva esprimere al meglio il sentimento legato a una vicenda o a un contenuto intellettuale nella progettazione del disco fosse sufficiente a scegliere quel brano lì come oggetto musicale pertinente».

Per esser chiari, perché mettere The Breeze and I piuttosto che un altro brano di Ernesto Lecuona e non Chavela Vargas, altra artista a cui sei molto affezionata?

«Ernesto Lecuona ha scritto The Brezze ad I e il brano è stato eseguito da Caterina Valente, una voce bellissima, una donna con delle qualità fuori dal comune, non soltanto un’interprete ma anche una direttrice d’orchestra: in Italia questa sua straordinaria capacità non è stata mai molto considerata. Questo senso del mancato riconoscimento è perfettamente in linea con la cultura yōkai di cui ti ho parlato. Chavela Vargas invece è ampiamente riconosciuta e canta dell’amore e di altri argomenti che non sono in questo momento così pertinenti, ha una grande passionalità, assente nella cultura giapponese. Per questa, la sofferenza è vedere una foglia che cade, non uno che urla. The Breeze and I canta di un amore che non c’è più ma non lo fa come farebbe Chavela Vargas in Luz de Luna, c’è una specie di ieratica serenità, improponibile nella cultura occidentale: il vento mi sta dicendo che tu non mi ami più, me lo sta dicendo con un sussurro. Secondo me era perfetto per raccontare questa dimensione intima, sottile e contemplativa, che infatti si sviluppa all’inizio del libro quando la ragazza incomincia a capire che Sassa Narimasa vuole ucciderla e lui inizia a pensare di ammazzarla, perché le due mogli lo portano a credere che lei l’abbia tradito. Quindi è proprio la tragedia che sta per consumarsi, siamo sul filo del rasoio. Quella canzone è ideale, c’è anche questo vocalizzo che Caterina Valente fa fino al si bemolle sopra acuto che è perfetto per avvertire questo senso di precarietà. E quindi, chi se ne frega se l’ha scritto Ernesto Lecuona in un altro momento storico da un’altra parte del mondo!».

Perché hai coinvolto Fabrizio Bosso in questo tuo racconto?

«Perché fra tutti i suoni della tromba che ci possono essere, il suo lo conosco molto bene visto che  abbiamo fatto tanti concerti insieme e conosco la sensazione della fusione timbrica tra la mia voce e la sua tromba. È come se lui fosse un po’ me in questo disco, dove la persona si trasforma, ha più facce, prima è donna poi diventa furaribi, mi piace pensare che sono sempre io che divento la tromba di Fabrizio. Se invece avessi chiamato per esempio Giovanni Falzone, un altro amico che stimo tantissimo, non sarebbe stato lo stesso, lui ha un colore che è diversissimo da me».

Hai usato lo stesso principio anche con Achille Succi (clarinetto basso, flauto shakuhaci), Danilo Gallo (basso elettrico, balalaika, elettronica) ed Enrico Terragnoli (chitarra elettrica, tastiere, elettronica)?

«Esatto, poi oltretutto Danilo ed Enrico mi hanno consentito di entrare volentieri di nuovo nella mia diramazione rock, da cui mi ero un po’ staccata nel corso degli anni. Dopo aver pubblicato Diverso Lontano incomprensibile (2021, ndr) ho fatto dei dischi molto cameristici col pianoforte. Insomma avevo bisogno di tirare fuori la rabbia e per farlo… ci vuole il Rock!».


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