Francesco Guccini ci ha lasciato e ci siamo sentiti soli.
Ho usato l’IA per verifica delle informazioni e per redigere il breve passaggio in chiave di ottimizzazione sulla biografia di Biondini. Le parole che leggi, comunque, sono tutte mie.
Sono passati un po’ di giorni, ma c’è un motivo per cui scriviamo solo ora di Francesco Guccini. Musicabile poteva scegliere molti modi di ricordare uno dei più grandi cantautori della storia italiana moderna. Ha scelto una via che aveva bisogno del suo tempo per essere interpretata: quella dell’amicizia.
Siccome questo addio fa male, molto male, a quelli che “vedi cara, è difficile capire, è difficile parlare dei fantasmi di una mente” ci siamo presi il tempo adeguato per riflettere sull’eredità del Maestrone di Pavana. Lui il 6 agosto 2026 è andato a cantare altrove. Forse è andato a chiedere a qualcuno se era stato lui ad “aver previsto tutto questo, dati causa e un pretesto e le attuali conclusioni”. A noi cinquantenni e fischia ha insegnato molto e molto ci hanno insegnato i musicisti che con lui hanno fatto diventare immortale la sua opera.
Sono solo uno dei tanti che, negli anni ’90, si sgolavano giù dal palco dove Guccini disegnava con le parole e le note messe in fila la speranza di un futuro che se “dio muore è per tre giorni e poi risorge”. Li guardavo e pensavo: sono amici.
Lui e la sua band, in quei concerti, ci hanno insegnato cosa voleva dire essere amici. La sensazione che, infatti, si aveva da spettatori, era intensa. Sul palco, quegli artisti sopraffini di nome Tavolazzi, Tempera, Marangolo, Bandini e, appunto, Guccini, ci mostravano come essere band. Si inseguivano, si sostenevano, chiacchieravano e scherzavano con spartito, parole e suoni. Come fanno un gruppo di amici, abili a sorridere nei tempi belli e intenti a sostenersi nei tempi bui.
Ares Tavolazzi al basso, Vince Tempera alle tastiere, pianoforte e arrangiamenti, Antonio Marangolo al sax fiati e percussioni, Ellade Bandini alla batteria e Juan Carlos “Flaco” Biondini alle chitarre: questa era la front line di Guccini. Musicisti di livello assoluto con i loro strumenti fra le mani, i quali sul palco con Francesco diventavano una band di amici veri, unendo le loro personalità musicali in un modo incredibile proprio grazie alla missione musicale che il cantatuore modenese di nascita aveva dato loro con i suoi testi e le sue canzoni.
La band del Guccini e l’amico più vicino
Insomma, a Musicabile pensiamo che loro, lassù sul palco, fossero Amici con la “A” maiuscola. Per capire se è davvero stato così Musicabile ha parlato con colui che ha interpretato l’amicizia con Francesco Guccini nel modo più intenso e trapassando gli anni e i decenni: il chitarrista argentino Juan Carlos “Flaco” Biondini. “Mi chiamava Franco e lo faceva apposta…” attacca il maestro delle corde che, contattato da Musicabile, ha deciso di aprire il libro dei ricordi in modo intenso e toccante.
Anzi, ha fatto di più. Ha aperto anche la “Galleria Foto” del suo smartphone per darci il permesso di guardare dentro: lo vedrai più giù, lungo questa colonna. Lo ha fatto per ricordare 50 anni suonati di sodalizio con uno dei più grandi in assoluto della musica italiana moderna. Con il sorriso un po’ amaro e la malinconia di chi è nato laggiù, in Argentina.
Chi è Juan Carlos “Flaco” Biondini
Juan Carlos “Flaco” Biondini è nato il 4 marzo 1948 a Junín, nella provincia di Buenos Aires. Si è trasferito in Italia nel 1974, quando aveva già iniziato l’attività musicale professionale in Argentina. È conosciuto soprattutto per il lunghissimo sodalizio artistico e umano con Francesco Guccini, iniziato nel settembre del 1976. La sua chitarra compare per la prima volta in modo decisivo nell’album “Amerigo”, uno dei dischi fondamentali della produzione gucciniana. Oltre a essere chitarrista, ha collaborato con Guccini anche come compositore, firmando musiche di brani come Scirocco, Le ragazze della notte, Luna fortuna e Il caduto.
“Scirocco” ha ottenuto nel 1987 il Premio Tenco come migliore canzone italiana.
Nel corso della carriera Biondini ha lavorato anche con artisti come Paolo Conte, Pierangelo Bertoli, Bruno Lauzi, Vinicio Capossela, Roberto Vecchioni ed Eugenio Finardi. “Flaco” Biondini è stato quindi una delle figure essenziali nel definire il suono dal vivo e l’identità musicale delle canzoni di Francesco Guccini.
Tutto inizia per colpa del fingerpicking
Flaco Biondini e Francesco Guccini si incontrano per la prima volta nel ’76, come detto. A farli incontrare è la chitarrista americana Debby Coopermam che con il Maestrone già condivideva, nel panorama bolognese e nelle notti delle “osterie fuori porta”, dei percorsi musicali. Gli insegnava il fingerpicking, ma lui, ammette Biondini, «lo ha sempre fatto a modo un po’ tutto suo. Io – continua il chitarrista intervistato da Musicabile – chiesi a Debby, che conoscevo, di farci incontrare e lei “soffio” il mio nome al suo orecchio. Volevo diventare il suo chitarrista e, insomma, ho un po’ provocato la cosa. Andammo a casa sua e provammo un paio d’ore». Di quel momento, erano a Montesole, Guccini dirà in seguito che aveva trovato Biondini da subito “straordinario”. Da lì il primo invito, «per una serata a Salerno – racconta Biondini -. Già, la nostra prima serata insieme l’abbiamo fatta molto lontano da Bologna e poi al Sud siamo tornati assai raramente».
«Francesco non scriveva per se all’inizio e spesso ripeteva che all’inizio non avrebbe mai pensato di fare l’artista – ricorda il Maestro Biondini aprendo il libro dei ricordi per Musicabile – e poi, quasi scherzando, è diventato un fenomeno unico, prima nei teatri di provincia e nei locali, poi in luoghi musicali sempre più grandi e con una popolarità sempre maggiore. Quando l’ho incontrato ero intimorito: ero giovane, avevo 26 anni, lui otto in più ed era un omone enorme. Pochi mesi prima era uscito Via Paolo Fabbri 43 ed era iniziato il suo successo, sebbene continuasse a scrivere per altri».
Dallo studio a “fra la via emilia e il west”
Per registrare i dischi, Guccini e il suo entourage decisero di allestire una band che, piano vide arrivare gli straordinari musicisti già menzionati: Tempera, Tavolazzi, Bandini, Marangolo e, appunto, Biondini. Con qualche temporaneo ricambio quando, per esempio, Marangolo veniva chiamato in tour da Paolo Conte. «Poi con Renzo Fantini – sottolinea Biondini – si decise di portare anche sul palco quei musicisti che lavoravano con lui ai dischi». Musicabile ha cercato di ricostruire il momento in cui la band ha visto la luce, pare da una frase di Tavolazzi del tipo “ma perché non andiamo anche sul palco insieme” detta in studio e dalla trasformazione operativa di Fantini, deus ex machina di Guccini lungo tutta la sua carriera. «Eravamo al Castello di Carimate – dice Biondini – e stavamo registrando “Guccini”. Bandini, Tavolazzi, Tempera ed io, con Pascoli ai fiati che poco dopo venne sostituito da Marangolo». Poi ci fu il live, “Fra la via Emilia e il West”, datato 1984.
Maestro Biondini, andiamo a fondo della cosa per capire quella straordinaria band: provavate molto?
«Le prove per i concerti, all’inizio erano lunghe. Eravamo tutti musicisti di un certo livello e volevamo fare bene le cose. Poi col tempo sono diventate prove io direi creative. Vuol sapere cosa intendo? Intendo che eravamo un gruppo di tale qualità e guidati da un tale artista che provare per noi faceva spesso rima con riarrangiare le canzoni di Francesco. Tanto per dirgliene una: “Vedi Cara” in “Fra la via Emilia e il west” e stata reinterpretata quasi a mo’ di samba».
Mi pare di vedervi, con lo studio ben fornito di ogni genere di gustoso vettovagliamento, discutere per ore su come fare un pezzo e poi metterci dieci minui a staccare un “buona la prima”. Era così? Eravate musicalmente amici?
«Non so dire se sia stato così con tutti. So che eravamo un gruppo di straordinari professionisti della musica in grado di parlare la stessa lingua con gli strumenti. So anche che il merito di quella magia aveva un solo “autore”: lui, Francesco. Era lui che ci metteva insieme, che limava le cose che costruiva con la sua musica, le sue parole e il nostro modo di interpetarle quel messaggio musicale che ha lasciato e che continuerà oltre noi. Forse l’aria di amicizia che lei percepisce e il messaggio che potremmo avervi dato è un messaggio di unità e di coesione che aveva creato Guccini, artista, poeta e letterato unico. E amico unico, naturalmente».
Sul palco cosa succedeva?
«Sul palco Guccini faceva più di un concerto e noi lo seguivamo, intrecciavamo la nostra musica con le sue parole spesso ironiche, spesso caustiche, spesso quasi da cabaret. Noi portavamo la nostra storia e la nostra personalità, lui catalizzava tutto e metteva tutto mirabilmente insieme. Così abbiamo trapassato gli anni e vissuto quell’amicizia musicale di cui parla lei»
Guccini era un animale da palcoscenico sebbene montanaro d’animo e burbero nei modi. Faceva fatica ad accettare il “karaoke” dei suoi fan sulle sue canzoni. Voleva ascoltassero. Ti faceva andare a casa migliore di quando eri arrivato al concerto. Decenni di concerti insieme e poi, l’addio al palco nel 2012.
Cosa successe e come l’avete presa?
«Ok aveva una certa età, ma per noi fu un fulmine a cel sereno. Ci rivelò che aveva avuto un malore durante un concerto a Casalecchio e si era impaurito. Disse che si era rotto qualcosa. Da quel momento in poi fece qualche puntata in studio per un paio di operazioni che ho preferito non ascoltare. Volevo restare con l’amico Guccini davanti e con l’artista Guccini nelle orecchie. Quello che avevo amato e accompagnato io».
Lui smise, voi no…
«Vero. E lui ci invitò a farlo e ci aiutò. Con lui anche l’immancabile Renzo Fantini. Sono nati così i Musici di Francesco Guccini, quegli straordinari musicisti che lo hanno accompagnato sul palco hanno continuato a vedersi e a essere “musicalmente” amici. Abbiamo provato un paio di colleghi cantanti esterni poi ci siamo fermati perché la cosa non veniva bene. Non me ne vogliano i colleghi, ma non ci riusciva di suonare bene… con l’estraneo. Poi Vince Tempera mi propose: cantale tu. E io dissi: ok, ma non imiterò Francesco, perché lui era unico».
Beh, consigliamo a chi legge di andare su Spotify e di cercare “i musici di Francesco Guccini”. Troverete delle perle. C’è un “Volume 1” con le canzoni di Francesco, la musica della sua band e la reinterpretazione di Flaco Biondini davanti al microfono. Con una voce che regala nuovi colori alle canzoni immortali di Guccini con quella voce che si sente arrivare dall’Argentina per dare nuova dimensione a perle come “Incontro” o ì”Autogrill”.
I musici di francesco e il testamento musicale regalato agli amici
E poi e c’è “Ronin”. Chi legge può saperne di più cliccando su questo articolo e lo può perfino ascoltare. Maestro Bandini di che cosa si tratta?
«Si tratta di uno scrigno pieno di cose preziose perché andammo a casa di Francesco Guccini, a Pàvana. Lui si mise li in cucina e, col microfono davanti, attaccò a registrare il perché, la genesi di certe canzoni tra cui l’Avvelenata. E poi ci sono dei brani nostri come Sono del Mediterraneo o La Banda».
Biondini canta ed è l’anima della produzione di quel disco doppio con un titolo «che richiama i samurai senza padrone, i Ronin». Un disco del 2023 rimasto un po’ sottottraccia che rappresenta un passaggio di consegne che Guccini stesso, 83enne, benedice.
Maestro, so che siete andati a suonare anche quando se n’è andato…
«Vero e le spiego cos’è successo in tutta serenità. Noi sapevamo che stava male, da tempo. Quando se n’è andato lo abbiamo saputo subito e abbiamo appreso che il funerale sarebbe stato in forma privata. Poi sua moglie ci ha invitato, ma purtroppo era tardi per disdire la data. E poi sa cosa le dico. Lui avrebbe sicuramente detto cosi: “Ma state scherzando? Ma andate a suonare!”. Lo abbiamo salutato nel modo più giusto. Guccini è stato unico, è stato baciato da un talento unico nel mettere insieme le parole e la musica. Nel finale della vita questa magia è un po’ venuta meno, ma va bene così. Niente dura per sempre».
Grazie a Biondini Musicabile ha scoperto la grandezza di una band e ha scoperto anche il testamento musicale di Guccini ai suoi amici musici. Volete sapere dove sta? Sta in Ronin, quando dalla voce di Guccini si sente il racconto sulla Genesi dell’Avvelenata che inizia con un caustico «ho scritto almeno dieci, anzi cento canzoni migliori de l’Avvelenata». Sotto non c’è l’interpretazione de “L’Avvelenata” dei Musici come ci si aspetterebbe dal format del disco. C’è un passaggio di testimone: c’è una canzone dei Musici che si intitola “La Banda”. Come dire “adesso vi diciamo chi siamo noi”.
La Banda inizia cosi: “E nonostante l’acqua anche stasera ci siam tutti tranne uno…. il trombone!”. Già. Però… però Francesco c’è e ci sarà e speriamo sia studiato nelle scuole perché si tratta di uno dei più grandi artisti e scrittori del secondo Novecento Italiano. «Per fortuna già si studia Francesco grazie a qualche prof avveduto – chiude Biondini -. Deve essere così perché è stato e sarà unico». Ok, però fa ancora male. Forse passerà.








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